In/atteso

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Rating:
Explicit
Archive Warning:
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Category:
M/M, Multi
Fandom:
呪 術廻戦 | Jujutsu Kaisen (Manga), 呪 術廻戦 | Jujutsu Kaisen (Anime)
Relationship:
Gojo Satoru/Itadori Yuuji/Nanami Kento
Character:
Nanami Kento, Itadori Yuuji, Gojo Satoru
Additional Tags:
Alternate Universe - No Curses (Jujutsu Kaisen), Domestic Fluff, Age Difference, Threesome - M/M/M, Daddy Kink, Incest Kink, Face-Fucking, Objectification Kink, Breathplay, Incestuous Found Family, (lol)
Language:
Italiano
Collections:
P0rn Fest #15 - 15 & P0rnant
Stats:
Published: 2022-01-06 Words: 12,596 Chapters: 1/1

Riassunto:

A sedici anni, quando tra una pausa pranzo e l’altra buttava giù i suoi programmi per il futuro, Kento si immaginava una vita semplice, tranquilla, lineare. Finire la scuola. Trovare lavoro. Comprare casa. Condividerla con sua moglie, una persona senza faccia, senza corpo e senza personalità, eppure perfetta per la famiglia dei sogni.

Quell’amore infiammato di passioni logoranti gli è sempre sembrato superfluo, persino ridicolo. Roba da romanzi. Nulla che potesse toccarlo davvero; nulla che potesse disturbare i suoi piani.

Piani poi accartocciati all’arrivo di Satoru. Strappati a pezzi davanti allo sguardo di Yuuji. Andati in fumo insieme alle bugie che Kento ha sempre raccontato a sé stesso.

E non è forse ironico?

Quella famiglia che tanto desiderava ora ce l’ha lo stesso, ed è perfetta per lui.

Note:

Storia scritta per il P0rnfest #15 indetto da Lande di Fandom, per il prompt Kento Nanami/Satoru Gojo/Yuji Itadori, incest kink che ovviamente mi sono autopromptata (LOL)





In/atteso


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In/atteso

A svegliarlo è il soffice suono del ritorno a casa. Il frigo che si apre e si chiude; una bottiglia di plastica strizzata e gettata nel bidone. Buste di carta che scricchiolano, sportelli che sbattono in brevi schianti. Una risata giovanile—Yuuji. Poi una voce intimamente irritante—Satoru. Chiacchiere domestiche sui compiti da finire e le email da controllare, interrotte da sciocche lamentele perché sono già le sette e mezza.

Kento si domanda quanto abbia dormito.

Quel pomeriggio ha lasciato l’ufficio in anticipo perché il suo capo non gli paga gli straordinari e Kento ne ha fatti fin troppi nell’ultima settimana. Così si è dato il permesso di prendersi due ore di non-ferie meritate per visitare il suo panificio di fiducia e concedersi qualche vizio. Quel qualche gli è poi sfuggito di mano, insieme alla carta di credito, davanti alla selezione di pasticcini francesi di dimensioni indirettamente proporzionali al loro costo, ma Kento non riesce a dispiacersene. A casa ha due bocche golose da sfamare, e che senso ha lavorare ogni santo giorno, 40+ ore a settimana, accumulando stress su stress su stress, se non può nemmeno spendere i suoi soldi per del buon cibo?

Dev’essere tornato a casa per le quattro e mezza; le cinque, al più tardi. Ricorda di essersi tolto le scarpe all’ingresso, di essersi sfilato cravatta e cintura sulla soglia del salotto, e di essersi seduto sul divano per un attimo—un singolo attimo che la sua stanchezza ha rapidamente trasformato in ore.

Adesso Kento si sente intorpidito. I suoi muscoli sono ancora pesanti per il sonno; la sua testa è piena di cotone. Persino aprire gli occhi è una seccatura.

È una sensazione che conosce bene: quella del sabato mattina, quando la sveglia suona tardi e ad aspettarlo ci sono solo chiacchiere a colazione, un film americano di serie B e quel romanzo che deve finire ormai da mesi.

A Kento piace chiamarla pigrizia.

Sospirando, si sforza di darsi una svegliata. Con due battiti di ciglia mette a fuoco le tende socchiuse, il tramonto che spegne la giornata con la sua luce rossastra, vivida e brillante… e all’improvviso si rende conto di avere ancora gli occhiali addosso.

Fortuna che li ha scelti per la loro robustezza e non per l’estetica. Se avesse ascoltato Satoru, li avrebbe già dovuti cambiare tre o sette volte.

Kento se li sfila e li poggia sul tavolino da caffè poco lontano da lui, ma poi il languore del sonno lo spinge a sbadigliare e a crollare di nuovo contro i cuscini del divano.

Non riesce ad alzarsi. Non ha voglia di alzarsi. E non ne ha nemmeno motivo. È venerdì sera, domani non lavora. Può prendersi ancora qualche minuto per ascoltare le voci che arrivano dalla cucina, quei suoni di routine che lo fanno sentire tranquillo, a casa.

Al momento, il suo suono preferito è il tap, tap, tap dei piedi nudi di Yuuji sul pavimento. È un’aggiunta recente, degli ultimi mesi, a cui si è abituato forse troppo in fretta ma di cui non può più fare a meno. A Kento piace per il profondo contrasto con il passo di Satoru – agile e silenzioso come un gatto dispettoso – che rende ogni movimento di Yuuji estremamente prevedibile.

Kento sa cosa sta per succedere ancor prima che la testa spettinata di Yuuji compaia dalla porta e gli si lanci addosso, ma l’impatto è troppo improvviso, troppo intenso—e per un attimo i suoi polmoni cessano di lavorare.

«Gojo-san!» esclama Yuuji, sorridente e vivace, dolce come la mela che stringe in mano. «Ho vinto io! Lo sapevo che non stava dormendo!»

È difficile dormire quando ottanta chili di pura gioia ti cadono sul petto, ma Kento è troppo occupato a riprendere fiato per farglielo notare. Non che Yuuji ci faccia caso. È già distratto dalla sua piccola vittoria, indisturbato da inutili minuzie come il respiro spezzato di Kento o il succo che gli scivola giù per il mento, ungendogli la gola in brevi scie umide.

Kento le pulisce con il dorso dell’indice. «Dove siete stati?» chiede, la voce letargica e vagamente affannata.

«A fare la spesa.» Yuuji prende un morso così grande da gonfiargli le guance come un criceto affamato. È tanto adorabile quanto disgustoso, perché anche a bocca piena Yuuji tenta inutilmente di parlare: «Mmmgf».

Kento sospira e gli preme due dita sotto al mento. «Prima si mastica, poi si parla» dice, lento e inflessibile. «Sono stato chiaro?»

Yuuji annuisce, agitando la testa con tanta, troppa enfasi, e il petto di Kento pulsa fino a scaldarsi. È un calore estraneo, ma non davvero; rimasto soffocato troppo a lungo tra doveri e obblighi e aspettative, eppure sempre così presente, così vivido da bruciarsi un cavo nel suo cuore. Un cavo fatto di bisogni, desideri e smanie incontenibili che Yuuji soddisfa in lui ogni giorno, senza accorgersene, quando si getta tra le sue braccia alla ricerca della sua approvazione.

Lo sta facendo anche ora mentre lavora con insistenza la mascella e si sforza di ingoiare in silenzio il boccone che gli riempie le guance. Il modo in cui Yuuji lo guarda fisso, accennando un breve sorriso, gli dà l’impressione che lo stia facendo per lui, per Kento—per eseguire il suo ordine e ricevere in cambio una parola di apprezzamento.

E che Satoru lo prenda pure in giro. Anche Kento ha i suoi limiti.

Soprattutto davanti al loro Yuuji.

«Bravo così» gli dice, sporgendosi in avanti e baciandogli la fronte. Poi solleva lo sguardo verso Satoru, poggiato con il fianco allo stipite della porta, e gli fa un cenno di saluto con il mento. «C’era il tofu in sconto.»

«Ah, sì?» dice Satoru, avvicinandosi al divano con passo cadenzato. Kento non ha bisogno che si tolga gli occhiali da sole per sapere che i suoi occhi celesti brillano di divertimento e malizia e qualcos’altro, qualcosa che Yuuji ha dissotterrato dentro di lui come ha fatto con Kento, perché nemmeno Satoru gli è immune. «Devo averlo dimenticato dopo la tredicesima volta che me l’hai detto.»

Kento gli lancia un’occhiata piatta e Satoru solleva le mani davanti a sé.

«L’abbiam preso, l’abbiam preso» dice in una lenta cantilena. «Ma parliamo di cose importanti. Che prepari per cena?»

«Potresti prepararla tu, visto che sei così bravo in tutto.»

«Non c’è bisogno di essere invidioso, caro il mio Kento» dice Satoru, prima di sporgersi oltre lo schienale del divano e piazzargli un bacio rumoroso sulla bocca. «Quel che è mio è anche tuo, ricordi? Vale per i miei soldi, le mie abilità, il mio bel viso…»

«E la tua modestia?»

Le labbra di Satoru si allargano in un sorriso scaltro. «Quella puoi tenertela.»

Kento immagina di essersela cercata, cinque anni fa, quando all’altare ha detto e ha posto la sua firma sul certificato di matrimonio. Non era nemmeno ubriaco. Solo innamorato—dell’uomo più irritante del pianeta.

E stupidamente lo è ancora. Kento ha imparato ad accettarlo, ripetendosi di nuovo e di nuovo e di nuovo che al cuor non si comanda, che non ha avuto scelta, che Satoru gli è piombato davanti e non si è più fatto da parte. E quindi lui che colpa ne ha? Kento è solo una vittima travolta da un tifone. Un mero uomo davanti a una forza della natura. Era scontato che prima o poi avrebbe capitolato.

Semplicemente non ha avuto scampo.

Ma ancora non se lo perdona.

E non lo perdona nemmeno a Satoru. Non quando ostenta quei sorrisi soddisfatti che gli fanno ribollire il sangue nelle vene, per sua sfortuna non solo dall’irritazione.

«Dammi un attimo» dice, e si massaggia gli occhi con il pollice e l’indice. Anni di abbagli gli hanno insegnato a non ascoltare i canti da sirena di Satoru quando è ancora distratto dai miraggi del sonno, ma l’esperienza non lo rende più facile. A volte l’unica cosa che può fare è appellarsi alla sua autodisciplina e ignorare quel viso fintamente angelico. «Tra un po’ decido cosa cucinare.»

«Ma il povero Yuuji sta già morendo di fame, guarda.»

Yuuji, colto in fallo con l’ultimo morso di mela in bocca, mostra a Kento un sorriso imbarazzato, uno di quelli che gli scalda il viso e accentua le cicatrici rosate che gli decorano gli zigomi.

«A mia discolpa,» dice, ingoiando il boccone «la mela era più piccola della media. Guarda!»

Solleva il torsolo sgranocchiato come se fosse una prova inconfutabile e Satoru lo studia con eccessiva serietà.

«Dobbiamo fare ricorso al fruttivendolo» dice Satoru. «Oppure un certo qualcuno potrebbe andare a cucinare…»

Con una risata, Yuuji si sporge verso il tavolino da caffè e ci lascia cadere sopra i resti della sua mela. Durante i tornei di karate Yuuji sa controllare ogni arto con perfezione letale, ma per qualche motivo a casa Gojo-Nanami abbandona ogni cura e non fa caso a come si muove, a quanta forza mette nei suoi movimenti, a come il suo gomito si conficca nello sterno di Kento, lasciandolo senza fiato.

Per la seconda volta.

In dieci minuti.

Yuuji spalanca gli occhi. «Ti ho fatto male?» chiede, tastando il suo petto con dita frenetiche alla ricerca del punto in cui l’ha pungolato. «Scusa, Nanamin, non volevo.»

«Non è niente» dice Kento, e davvero non lo è. Il dolore sta già scemando e lo sguardo dispiaciuto di Yuuji è più dolce dei suoi tentativi di scuse. «Però fa’ attenzione quando ti muovi. Non sei poi tanto piccolo.»

«Azzarderei anzi che il nostro Yuuji si fa sempre più grande» dice Satoru.

Yuuji, il loro Yuuji, si gonfia d’orgoglio a quella frase. «Si vede? Tanto?»

Kento lo squadra con attenzione. Poi risale con le mani sui suoi fianchi solidi, sulla sua schiena robusta, sulle ali atletiche delle sue scapole, e avverte i muscoli di Yuuji guizzare sotto le sue dita, tendersi e rilassarsi in risposta alle sue carezze. È una reazione spontanea, Kento lo sa. Yuuji non sembra accorgersi di come si mette in mostra per Kento, per Satoru, lasciandosi toccare e guardare nella posizione che accentua di più la morbida curva del suo sedere, l’arco invitante della sua spina dorsale, la deliziosa larghezza delle sue spalle.

Invece, insiste: «Allora? Si vede?».

In realtà Kento non lo vede; lo sente. Yuuji è sempre stato ben piazzato per la sua età, ma ora gli grava addosso come un macigno premuto contro la cassa toracica, lo stomaco, il bacino. Non accenna nemmeno a spostarsi. Lascia invece che Kento lo afferri per le ginocchia e se le posizioni lungo i fianchi per distribuire il suo peso equamente; poi resta in attesa.

È in quei momenti, quando Yuuji lo guarda con occhi colorati di dubbi e domande, che Kento si accorge di quanta fiducia Yuuji gli rovesci addosso ogni giorno, di sua spontanea volontà. A volte Kento fatica a crederci, ma la verità è tutta lì: Yuuji l’ha scelto. Ha scelto lui, Kento Nanami. Si è aperto tra le sue mani come una ferita, offrendogli con ago e filo l’occasione di ricucirlo insieme una sutura per volta. L’altra scelta – slabbrare la ferita, martoriarla con forbici e seghetti – Kento non l’ha mai nemmeno contemplata. Non quando Yuuji si regala così, chiedendo in cambio solo quella sincerità che gli permette di essere sé stesso, all’oscuro di inganni e fraintendimenti.

Yuuji non mette in discussione le sue parole. Non cerca significati che non ci sono. Sa che se Kento vuole qualcosa, glielo chiederà esplicitamente. Son troppo scemo per leggere tra le righe, gli ha detto una volta. Ma quella è una bugia. Yuuji non è sciocco, non è cieco, non è disattento. È solo… giovane. Nella forma più pura e spontanea della giovinezza.

Innocente.

Kento lo invidia e lo ammira al tempo stesso.

E poi lo desidera.

Così tanto da non riconoscersi.

A sedici anni, quando tra una pausa pranzo e l’altra buttava giù i suoi programmi per il futuro, Kento si immaginava una vita semplice, tranquilla, lineare. Finire la scuola. Trovare lavoro. Comprare casa. Condividerla con sua moglie, una persona senza faccia, senza corpo e senza personalità, eppure perfetta per la famiglia dei sogni.

Quell’amore infiammato di passioni logoranti gli è sempre sembrato superfluo, persino ridicolo. Roba da romanzi. Nulla che potesse toccarlo davvero; nulla che potesse disturbare i suoi piani.

Piani poi accartocciati all’arrivo di Satoru. Strappati a pezzi davanti allo sguardo di Yuuji. Andati in fumo insieme alle bugie che Kento ha sempre raccontato a sé stesso.

E non è forse ironico?

Quella famiglia che tanto desiderava ora ce l’ha lo stesso, ed è perfetta per lui.

Kento lancia un’occhiata a Satoru, alle sue labbra sottili arricciate in un ghigno criminale, e si dice che di quello ne farebbe volentieri a meno. Ma che scelta ha? A questo punto può solo sospirare. In fin dei conti, non può essere tutto perfetto.

Bisogna anche sapersi accontentare.

«Hai messo su muscoli, sì» dice, tornando a guardare Yuuji. Si ferma con una mano sul fondo della sua schiena, lì dove la sua maglia è sollevata, e con dita distratte gli gratta dolcemente la pelle calda. «Vuoi salire di categoria?»

«Todo dice che potrei riuscirci entro le prossime graduatorie.»

«Allora ti servono proteine e calorie.» E cure. Tante cure. Per evitare che succeda come l’ultima volta, quando Yuuji ha perso controllo sulla sua dieta finché Kento non gli ha preparato un piano dettagliato da seguire. Forse è il caso di prepararne un altro. E appenderlo al frigo, per assicurarsi che venga rispettato. «Resti per cena?»

Yuuji sta per dire , la bocca già piegata sulla s, ma all’ultimo si morde la lingua e sposta lo sguardo su Satoru. Lui è ancora in piedi dietro al divano, i palmi aperti e divaricati sullo schienale. Il suo viso è colorato da quel sorriso indecifrabile che potrebbe dire una cosa e il suo completo opposto, e per un attimo Yuuji si ritrova incerto, insicuro se la sua presenza sia di troppo o meno.

Non lo è. Ovvio che non lo è. È solo che a Satoru piace spingere Yuuji fino al punto di rottura, per poi restare ad ammirare mentre Kento lo riassembla un coccio per volta.

«Sai che queste cose non devi chiederle a me» dice Satoru.

Con un’insolita titubanza, Yuuji si volta verso Kento e chiede: «Nanamin?», la voce resa acuta da una goccia di nervosismo. «Posso restare?»

E come può dirgli di no?

Kento sospira. «Assicurati di avvisare tuo nonno, prima.»

Yuuji sorride e si gira verso Satoru. Ad aspettarlo c’è un palmo aperto su cui Yuuji batte il cinque con tutta la forza che ha in corpo.

«Yay!» esclamano i due in coro. Proprio così, come due bambini che hanno appena convinto il loro papà ad accendere la TV per cena. E se Yuuji è giustificato, perché lui è ancora un bambino, Satoru ha da tempo superato i diciott’anni. Dovrebbe imparare a fare l’adulto, una volta tanto.

Non che le sgridate di Kento servano a qualcosa. Satoru è bravo a fare il sordo quando gli conviene—vale a dire, sempre.

Kento scuote il capo, ma lascia correre. Si sistema invece il cuscino sotto la testa e resta a guardare mentre Yuuji, ancora seduto sul suo bacino, con le mani poggiate sul suo sterno, tende la gola verso l’alto per parlare con Satoru.

In quella posizione, Satoru sembra ancor più alto dei suoi centonovanta centimetri; un manichino scolpito a perfezione, dipinto da una spolverata di gesso candido così sottile da lasciare in bella mostra le vene bluastre che si arrampicano sulle sue clavicole nude, su per la sua lunga gola. Anche con gli occhiali da sole fuori moda e i capelli spettinati sulla fronte, Satoru emette un’aura di potere che non ha nulla a che vedere con i soldi che accumula in banca e le aziende che si prostrano ai suoi piedi. È in realtà solo presunzione, una presunzione levigata ad arte che Satoru si porta addosso come una seconda pelle.

Il problema è che gli dona.

E Satoru lo sa. Lo sa perché Yuuji fomenta ogni giorno la sua arroganza, perdendosi a fissare il gentile ondeggiare del suo pomo d’Adamo, le labbra rosate che si piegano in sorrisi inappropriati, le lunghe ciglia innevate che di tanto in tanto fanno capolino da sotto la montatura degli occhiali. E quando viene beccato, invece di trovare scuse, Yuuji si limita ad arrossire e a stringersi nelle spalle, come se alla fine la colpa non fosse sua ma di Satoru perché è troppo bello.

A volte Kento si domanda se anche lui abbia mai guardato Satoru con quello sguardo. Poi si sbriga a scacciare il pensiero. La sola idea di aver aizzato la sua sfacciataggine gli impedisce di dormire la notte.

Invece a Yuuji non disturba. No, Yuuji continua a fissare Satoru con un’ammirazione nuda e smodata. Lo cerca come un obiettivo. Gli cede in mano i suoi bisogni e i suoi piaceri, obbligando Satoru a ergersi più dritto, a raddrizzare le spalle, a dimostrargli di esserne all’altezza.

In quei momenti è difficile fargliene una colpa. Kento lo capisce: l’affetto di Yuuji è più inebriante di un buon sakè invecchiato. Anche il suo orgoglio ne risente quando Yuuji fissa gli occhi castani su di lui come a chiedere: «Sono stato bravo?».

Kento singhiozza coi fianchi verso l’alto e Yuuji lo accompagna con fluidità, scivolando appena più avanti e accomodandosi di nuovo sul suo ventre. Non tenta di scendere dalla sua posizione. Si trova bene lì, a cavallo su Kento, sotto lo sguardo rapace di Satoru.

Sarà mai possibile che quell’avvoltoio veda sempre tutto?

«Ma guarda guarda…» dice Satoru, piegandosi quasi a metà per appoggiarsi con il gomito sullo schienale del divano. Col palmo aperto si sostiene il mento e la guancia; poi solleva le sopracciglia snelle, maliziosamente interrogativo. «Sei agitato, caro?»

Kento gli lancia un’occhiataccia. «Tutto il contrario.»

E davvero non è agitato. Le reazioni istintive del suo corpo non lo sfiorano, non quando si sente così rilassato, distratto ad ascoltare Yuuji e Satoru che parlano del più e del meno, nel salotto che ormai appartiene a tutti e tre, anche se Yuuji ancora non lo sa.

Ma prima o poi…

Prima o poi.

Satoru lo studia con attenzione, inclinando appena il capo. Poi le sue dita dispettose si infilano tra i capelli di Kento e grattano via la cera che li tiene in ordine. «Com’è finito quell’affare?»

«Chiuso, finalmente» dice Kento, sbadigliando. Non gli piace parlare di lavoro al di fuori dell’ufficio, ma immagina che questa volta possa fare un’eccezione, almeno per giustificare gli straordinari dell’ultima settimana. «Ho bisogno delle ferie.»

Il torso di Kento vibra sotto la risata di Yuuji. «Lo dici ogni volta.»

«E ancora non me le sono prese.»

«Io direi che abbiamo tutti bisogno di una vacanza» dice Satoru.

Kento non riesce a credere che una frase del genere sia appena uscita dalla sua bocca. «Tu lavori tre giorni a settimana.»

«Una bella vacanza» ripete Satoru, ignorandolo «in un luogo tropicale, magari con una spiaggia semi-privata. Ci pensi, Yuuji? Potremmo avere il mare tutto per noi, a qualsiasi ora della giornata. Dovresti vedere come si abbronza il nostro Kento.» Emette un basso fischio di apprezzamento mentre Kento scuote la testa, sospirando. «E quanto sta bene senza il costume.»

«Oh

«Sì, Yuuji?» dice Satoru, la voce addolcita di finta innocenza. «Ti piace l’idea?»

La risposta di Yuuji è un debole agitarsi dei fianchi, un movimento minuto ma così vivido da non passare inosservato. Anche Satoru lo nota. Kento lo sa perché ora sulle sue labbra c’è quel sorriso che annuncia l’inizio della fine.

«Ma no, Yuuji, non c’è bisogno di scomodarsi.» Con un movimento felino, Satoru scavalca il divano e si lascia cadere sulle cosce di Kento, immediatamente dietro a Yuuji. «Possiamo discuterne anche qui.»

E poi gli dà una spinta e Yuuji crolla di nuovo su Kento, i loro petti e fianchi schiacciati insieme dalla mano di Satoru premuta tra le scapole di Yuuji. In quella posizione è impossibile non notare la reazione di Yuuji alle parole di Satoru, il leggero gonfiore nei suoi pantaloni. Anche perché Yuuji non è bravo a essere paziente. Il suo bacino si sta già strusciando contro lo stomaco di Kento, in un invito tanto spontaneo quanto lascivo.

Kento è costretto a fermarlo con le proprie mani, aggrappandosi ai suoi fianchi in un secco rimprovero e ricevendo in risposta delle guance arrossate e un impacciato sorriso di scuse. Come se Kento avesse bisogno di scuse. No, Kento ha bisogno che Satoru la smetta con i suoi dispetti—o almeno che vada dritto al sodo.

Anche Kento sa essere impaziente quando ha i suoi ragazzi a portata di mano e un intero weekend per farli suoi.

«Dove eravamo rimasti?» dice Satoru, come se nulla fosse successo.

Yuuji si contorce sotto le loro restrizioni, tentando di liberarsi dalle mani di Satoru sulla schiena e quelle di Kento sui fianchi, ma si rende presto conto di non avere scampo.

Allora sbuffa un sospiro e prova a dire: «Alla spiaggia privata?».

«Nah, sei rimasto indietro. Parlavamo dei costumi—o meglio, della mancanza dei costumi.» Quando Yuuji emette un basso mugolio, Satoru inclina il capo in finta confusione. «Che c’è, non ti va di fare il bagno nudi? Di prendere il sole sulla spiaggia? Dove altri turisti potrebbero vederci?»

Le dita di Kento affondano ancora di più nella sua carne, mentre Yuuji crolla con la fronte sul suo petto per coprire il rossore alle guance. È la peggiore delle reazioni, ma Yuuji non lo sa.

Non sa che si è appena scavato la fossa da solo.

Non sa che Satoru gli ha volutamente teso un tranello.

Non sa che Satoru è una serpe feroce che si crogiola nel circondare la sua preda, nello stritolare ogni tentativo di fuga tra le sue spire strette, frementi, spiegate, finché non sente supplicare per una goccia d’aria dolce quanto il veleno delle sue zanne.

No, Yuuji non lo conosce ancora così bene.

E cade sempre nelle sue trappole.

«Lo stai facendo apposta» dice senza sollevare la testa.

Satoru sorride vittorioso. «Che ti prende, Yuuji? Di solito non sei così timido.»

Non lo è. Davvero non lo è. Kento l’ha visto nudo tante, troppe volte, perché dopo gli allenamenti del mercoledì pomeriggio Yuuji lo afferra sempre per mano, se lo porta negli spogliatoi e gli dice di aspettare un minuto – solo un minuto, giuro! – mentre si cambia, per non perdersi nemmeno un attimo del loro appuntamento settimanale. E poi Kento l’ha visto nudo in casa Gojo-Nanami, perché ormai è routine sentire la porta del bagno aprirsi e ritrovarsi Yuuji nella doccia di fronte a sé; è routine addormentarsi la notte con Yuuji e Satoru tra le sue braccia, scaldato solo da lenzuola sottili e petti bollenti; è routine svegliarsi di prima mattina e restare a guardare mentre Satoru, sempre insaziabile, rende Yuuji di nuovo suo, ignorando le impronte del cuscino sulle sue guance, i suoi occhi socchiusi e annebbiati, la sua mente scollegata da tutto tranne che dal piacere delle dita di Satoru sopra e dentro di lui.

Ma Kento immagina che in spiaggia sarebbe diverso. Con i capelli salati dal mare, la pelle abbronzata colorata di sabbia e conchiglie, il sole che gli arrossa le guance e la fronte…

Kento non si rende conto delle sue parole quando dice: «Ti servirà la crema solare», le mani infilate distrattamente tra le sue ciocche color fragola.

Yuuji sbuffa una risata. «Non ho cinque anni» dice, come un bambino di cinque anni.

«La metteremo lo stesso. Almeno ogni tre ore.»

«Esatto, papi» dice Satoru, e Kento si sente il fiato bloccato in gola.

No, pensa. Non è il momento. Non è ancora il momento. Yuuji ha bisogno di altro tempo per capire, per fidarsi, per affidarsi. Questa non è una conversazione che possono avere così, distratti dai loro corpi troppo vicini e troppo accaldati. Devono sedersi al tavolo della cucina e parlare. Mettere giù le regole, i limiti, i doveri. Impedire che Yuuji cada in qualcosa più grande di lui.

Serve pazienza.

Ma a Satoru non interessa.

«Secondo me ci vuole una dimostrazione» dice, e con le mani scivola sotto la maglia di Yuuji per raggiungere le sue scapole e massaggiarle in lenti circoli, come se gli stesse spalmando la crema solare sulla pelle. Il tocco è all’apparenza gentile. È per quello che Yuuji si rilassa e non si accorge delle dita di Satoru che scivolano più in basso, lungo le sue coste, sotto le dita di Kento—e poi gli pizzicano i fianchi fino a farlo ridere e agitare ed esclamare: «Gojo-sannn!».

Le risate si fermano solo quando i palmi di Satoru si premono sulla schiena di Yuuji, e il bacino di Yuuji si scontra contro quello di Kento, e Kento si ritrova ad ansimare per lo strusciamento.

Allora Yuuji spalanca gli occhi e Satoru si lascia andare in un lungo fischio.

«Sei già distratto, papi?» lo punzecchia Satoru.

Ma questa volta non offre una distrazione, non cambia argomento. Lascia invece che quel titolo, quel ruolo, rimbombi nella stanza come il battito del cuore di Kento, finché Yuuji non corruccia lo sopracciglia e chiede: «Perché “papi”?».

Per un attimo Kento non riesce a parlare.

È finita, pensa. Non avranno più niente di tutto quello; non le chiacchiere domestiche, non i weekend pigri passati a letto, non gli appuntamenti del mercoledì sera. Non la risata di Yuuji che scalda il loro salotto. Non l’espressione di Satoru quando spegne il computer e resta a fissare Yuuji che finisce i suoi compiti…

Ma poi Yuuji si volta verso Satoru, com’è solito fare quando vuole capire qualcosa e non è sicuro di arrivarci da solo, e arricciando il naso dice: «Non sapevo aveste figli?», la confusione vivida nella sua voce.

«Oh, non ne abbiamo» dice Satoru, noncurante. «Anche se al nostro papi non dispiacerebbe un bel marmocchio di nome Yuuji.»

«Satoru» lo richiama Kento.

Lui si limita a stringersi nelle spalle. «Prima o poi l’avrebbe scoperto.»

«Ma non così.»

Satoru sorride in quel suo sorriso da volpe, finto e irritante. «Che ci vuoi fare? Ormai è andata.»

Non è andata. Non è nemmeno iniziata. Kento lo vede, Yuuji, che cerca di ripercorrere la loro relazione degli ultimi mesi per capire cosa gli sia sfuggito, cosa abbia frainteso, cosa abbia sbagliato.

«Vuoi essere… il mio papà?»

C’è una nota dubbiosa sul suo viso, ma non c’è giudizio. Non c’è ribrezzo. Non c’è il sospetto che Kento possa volere da lui più di quanto Yuuji sia disposto a dargli. No, lì c’è solo il desiderio di capire, di essere coinvolto, di non perdere il proprio posto nella loro vita.

L’affetto che Kento prova per Yuuji diventa soffocante.

«Non voglio essere il tuo papà» gli dice. Con una mano raggiunge le dita di Yuuji sul proprio petto e traccia i contorni delle sue nocche per rassicurarlo. «Voglio solo prendermi cura di te, in qualsiasi modo tu me lo permetta.»

Yuuji incastra le loro dita insieme ma non risponde. Il suo sguardo diventa vitreo, distante, e Kento sa che Yuuji sta mettendo insieme i pezzi.

Il loro primo incontro—Kento che torna a casa e si trova davanti un ragazzino senza nome, vestito con la maglia di Kento e i pantaloni di Satoru, i capelli fradici dalla pioggia. Kento che glieli asciuga con l’asciugamano prima, con il phon poi. Satoru che torna a casa con la cena d’asporto. La notte passata insieme sul divano, con la TV accesa, mentre Kento cerca spiegazioni e Satoru non gliene offre nemmeno una.

E poi i baci esitanti, gli ansiti di Yuuji nella bocca di Satoru, Kento in ginocchio tra le sue cosce.

Il torneo di karate di cinque mesi prima—la brutta caduta di Yuuji, l’urlo delle sirene dell’ambulanza. Kento che si rifiuta di lasciarlo da solo. Yuuji che gli stritola la mano fino a riassestargli le ossa. La lunga settimana passata in ospedale, seguita dalle ancor più lunghe settimane di riabilitazione. Yuuji aggrappato alle spalle di Satoru per non cadere nella vasca. Kento che gli insapona con cura i capelli.

E poi la sua mano che scivola tra le gambe di Yuuji, le dita arricciate attorno alla sua erezione, brevi parole di approvazione sussurrate all’orecchio mentre Satoru li fissa a un metro di distanza.

Quella stessa sera—le chiacchiere distratte di una routine di famiglia mescolate alle civetterie di tre amanti. Impensabile separare una cosa dall’altra; impossibile, senza far crollare ogni cosa come un castello di carte.

Yuuji fissa lo sguardo su Kento e senza accorgersene slitta nel suo ruolo—quello che Yuuji si è creato per sé stesso negli ultimi mesi, dopo tutte le ore passate insieme a loro, quando ha scelto di volgersi a Satoru per avere una guida e a Kento per avere conferme. E ne ha bisogno, ora, delle sue conferme.

«Vuoi prenderti cura di me come un papà?» ripete, incerto.

«Anche. Ma non solo.»

Yuuji annuisce una, due volte. C’è ancora della confusione sul suo viso, ma la sua voce è sicura quando dice: «Mi piace. Quando ti prendi cura di me, dico».

Kento poggia le labbra sulla sua fronte in un lungo bacio a stampo.

«Anche a me, Yuuji» dice, sospirando. Non riesce a trattenersi. Il sollievo è troppo grande. «Piace anche a me.»

Yuuji accenna un sorriso.

È chiaro che stia ancora cercando di riorganizzare i suoi pensieri; glielo si legge nelle rughe increspate sulla sua fronte, nelle sopracciglia corrucciate, nel naso appena arricciato. Ma lo sforzo che sta facendo è già abbastanza. Kento non può né vuole chiedergli altro. Avranno tempo più avanti per chiarire i dettagli, per trovare un equilibrio, per decidere fino a dove spingersi.

Per il momento gli basta avere una possibilità.

«Visto, papi?» dice Satoru. «Ti sei preoccupato per niente.»

Il suo tono è profondamente irritante, un vivido te l’avevo detto che Kento immagina di essersi meritato per aver rimandato quella conversazione tanto a lungo, troppo preoccupato dalla paura di perderlo, di perderli, per ricordarsi che Yuuji non l’ha mai rifiutato nemmeno una volta.

Sospira.

Quanto non gli piace dare ragione a Satoru.

Allungando una mano, Kento lo afferra per la nuca e se lo tira addosso, schiacciando Yuuji tra i loro corpi. Il suo mugolio sorpreso è l’accompagnamento perfetto mentre Kento schiude le labbra e Satoru ci si fionda in mezzo con la lingua per rubargli l’aria e il respiro.

Satoru l’ha sempre baciato così, senza preamboli, senza pause, senza freni, con la violenza brutale di un’urgenza, quella di spingere Kento allo sfinimento, come a sfidarlo a rifiutarlo, allontanarlo; abbandonarlo.

Peccato che Kento non ci abbia mai pensato. Nemmeno all’inizio, quando ancora cercava scuse e vie d’uscita. Non è mai riuscito a scampare alle sue labbra, al suo sapore in bocca, ai suoi gemiti che gli vibrano in gola. Anzi, sono stati proprio quei baci a farlo cedere, perché sulla lingua di Satoru non c’è traccia della superficialità sempre vivida nelle sue parole. Solo quando lo bacia Kento lo sente sincero, di una sincerità che gli fa mancare il respiro, lo fa ansimare dalle vertigini. E gli rende impossibile pensare ad altro.

Ma così non va. Perdersi in Satoru è un gioco d’azzardo a cui Kento non è disposto a partecipare—non in questo momento, almeno. Così gli stringe le dita tra i capelli e lo stacca leggermente da sé.

«Non possiamo essere tutti degli incoscienti come te» gli dice, e solleva il mento per strusciarsi con il naso contro il suo, scontrandosi con il bordo dei suoi occhiali. «Pensavo che invecchiando saresti migliorato, e invece vai solo peggiorando.»

Satoru lo abbaglia con un sorriso umido e arrossato. «Grazie, papi.»

«Non era un complimento» dice Kento. Poi grugnisce, spalancando gli occhi, quando Satoru si risolleva, ruota il bacino e spinge Yuuji a strusciarsi di nuovo contro il ventre di Kento. «Satoru—»

«Yuuji,» dice lui, ignorandolo come ormai è bravo a fare «non ti sforzare troppo a ragionare. Lo sai che usare la testa non è il tuo forte.»

«Appunto!» dice Yuuji, agitato e impaziente, gli occhi brillanti e le labbra schiuse per il bacio a cui ha appena assistito. Avrebbe tutte le scuse per ignorare il problema, concentrarsi sul piacere che Satoru gli sta offrendo con i fianchi, ma Yuuji scuote la testa. Si impunta sul viso di Kento. Lo studia come se nei suoi lineamenti ci fosse la chiave per decifrare l’enigma più importante della sua vita. «Non distrarmi. Questa mi sembra una cosa importante, devo capirla.»

È strano. Fino a pochi attimi prima sembrava tutto finito, senza un futuro, impossibile da riparare. Invece ora Kento avverte in sé una nuova, cauta sicurezza, ed è tutto merito dell’azzardo scapicollato di Satoru e della risposta di Yuuji, dubbiosa, sì, ma curiosa e sincera, così tipicamente Yuuji.

«Non c’è fretta» gli dice Kento, accarezzandogli la guancia accaldata con il palmo. «Non devi capire tutto subito. Ne parleremo ancora. Potrai fare domande, ti daremo risposte. Il resto verrà da sé.»

«Oppure» lo interrompe Satoru «glielo possiamo far vedere.»

«No.»

È fuori discussione.

Yuuji è all’oscuro di troppe cose. Non conosce la nebbia buia della mente di Satoru. Non l’ha mai visto perdere il controllo. Non sa fin dove può spingersi, fin dove ha bisogno di spingersi prima che Kento lo riporti in sé.

È ancora troppo presto.

«Yuuji non ha ancora chiari i suoi limiti.»

«Ed è per questo che ci sei tu.»

La certezza di Satoru è una lusinga e una condanna al tempo stesso; un tentativo quasi riuscito di farlo cedere, che Kento riesce a soffocare solo perché ha anni di esperienza nel repellere le sue seduzioni.

Anche se Satoru non glielo rende facile quando dice: «Dai, papi», e raggiunge con le nocche la sua guancia, pizzicandogliela come un bambino dispettoso. «È il modo più veloce e lo sai anche tu.»

«È troppo veloce» dice Kento, scuotendo la testa. «Stiamo saltando troppe tappe. Gli serve più tempo.»

«Non vi seguo.» Yuuji si preme con i palmi sul petto di Kento e si tira lentamente a sedere. Con una fluidità nata dall’abitudine, si rilassa contro il petto di Satoru e si lascia stringere dalle sue lunghe braccia. Poi volta il capo per guardarlo. «Di cosa parlate?»

Satoru gli bacia l’angolo della bocca. «Di ciò che il nostro papi ha bisogno. Di cosa vuole da me e te.»

Kento sospira perché conosce già la risposta di Yuuji.

«Voglio vedere. Fatemi vedere.»

«Che ti dicevo, papi?» Satoru gli lancia un’occhiata soddisfatta mentre con le labbra si sposta sulla mascella di Yuuji, tracciandone i contorni un morso dietro l’altro. «Yuuji lo vuole, io lo voglio, tu lo vuoi. È tutto in ordine, no?»

Niente è in ordine. Proprio niente è in ordine. Ci sono ancora troppe cose che non si sono detti, cose che Yuuji nemmeno immagina, cose che potrebbero farlo scappare a gambe levate. Cose di cui dovrebbero parlare prima di infilarsi in quella situazione—

Ma Satoru lo sta già corrompendo con la lingua, scivolando sulla gola di Yuuji in una scia di baci a bocca aperta, brevi suzioni, marchi rosati che spariranno a breve, solo per essere rimpiazzati da altri succhiotti, altri morsi, altri baci… o lividi scuri e impronta di dita.

Kento si passa una mano sul viso, poi fissa lo sguardo su Satoru. «Vedi di non esagerare.»

«Io?» Le sue labbra, sottili e invitanti, formano un sorriso pericoloso. «Non lo farei mai.»

È la bugia peggiore che Kento abbia mai sentito.

Satoru non conosce la parola moderazione. Vive in una realtà maniacale in cui non esistono confini, non per lui, non per il suo corpo, non per la sua mente. E quando ci si perde in mezzo, immerso in istinti così smodati da consumarlo, si dimentica che il resto del mondo non riesce a sintonizzarsi sulla sua frenesia.

Ma su una cosa ha ragione: è per quello che Kento è lì con lui. Per fermarlo prima che perda totalmente la testa. Per impedirgli di spingersi sulla strada del non ritorno. Per assicurarsi che non succeda nulla al loro Yuuji.

Resta comunque un azzardo.

Yuuji è già distratto. Ha gli occhi socchiusi, la testa poggiata sulla spalla di Satoru, la gola bagnata da baci e saliva. Con ogni respiro pesante si mette sempre più in mostra.

Le mani di Satoru viaggiano sotto la sua maglia, alla scoperta di un petto che conosce già alla perfezione ma che si permette di riscoprire ogni volta, solo perché Yuuji glielo lascia fare. Perché Yuuji è troppo ignaro di sé. Non si rende conto di quanto sia affamato di carezze e attenzioni, di come quella fame lo spinga ad abbandonarsi tra le mani di un predatore come Satoru.

Ma gli basta una presa severa sul mento per abbassare lo sguardo e concentrarsi su Kento.

«Ti fidi di me?»

Yuuji annuisce senza esitazione.

La sua sicurezza è inebriante, ma non basta. Yuuji deve sapere che ha sempre una scelta. Che ogni sua parola sarà ascoltata. Che se non è pronto possono aspettare ancora.

«Puoi dire di no» gli ricorda Kento.

«Ma io non voglio dire di no.»

Ora no, ma più tardi? Quando finalmente capirà cosa sta succedendo? Quando la sorpresa lascerà spazio all’ansia, al panico, alle vertigini?

«Se hai bisogno di fermarti, in qualsiasi momento, basta che mi dai un pizzicotto.» Porgendogli il braccio, Kento arriccia la manica della camicia fino al gomito. «Provaci.»

Dopo una breve esitazione, Yuuji allunga la mano e gli pizzica il centro dell’avambraccio, stringendo così tanto da lasciarsi dietro un segno arrossato. Il dolore è istantaneo ma intenso—un lampo simbolico della fiducia che Yuuji gli sta regalando, ancora una volta, come tutte le volte.

«Così?»

«Proprio così» dice Kento, e Yuuji sorride tanto dolcemente e caldamente da spingere Satoru a mordergli una guancia. «Ora via i vestiti.»

Satoru è il primo a scendere dal divano, e come è in piedi afferra Yuuji da sotto le ascelle e lo solleva di peso. Se lo attira al petto per un rapido bacio, fatto di labbra schiuse e denti che si scontrano, e poi gli mormora qualcosa sulla bocca e si volta per lasciare la stanza.

Yuuji si dedica al suo compito. Si spoglia in fretta, gettando la maglia a terra, scalciando via i calzini, inceppandosi qualche istante ad aprire il bottone dei pantaloni e tirare giù la zip. Per poco non inciampa quando i boxer gli restano impigliati a una caviglia, ma Yuuji si raddrizza in tempo con un ah-ha! di vittoria curiosamente adorabile.

Ora che è nudo, Kento lascia scivolare lo sguardo su di lui. Sotto le luci brillanti del tramonto i suoi capelli spettinati sembrano rossi, non color fragola, e le sue guance e la sua gola luccicano per la saliva che gli decora la pelle. Sulla sua clavicola destra risalta l’ombra sbiadita dei succhiotti che Satoru gli ha lasciato qualche giorno fa, ma più in basso, sul suo fianco, appena sotto la sua cassa toracica, si nota un livido violaceo grande quanto un pugno chiuso.

«Quand’è successo?» chiede Kento, indicandoglielo.

Yuuji segue le sue dita con lo sguardo e solleva il braccio sopra la testa per studiarsi meglio. «Oh, questo?» dice sorpreso. «Ieri al dojo, forse. Non lo so. Non l’avevo nemmeno visto.»

Kento si apre la camicia sul petto, poi si sfila l’orologio dal polso e glielo allunga. Yuuji lo appoggia sul tavolino, vicino al torsolo di mela dimenticato, prima di avvicinarsi di un passo e permettere a Kento di continuare con la sua analisi.

Il livido sul suo fianco non è l’unico presente sul suo corpo. Ce ne sono altri sulla sua anca sinistra e sulla sua coscia destra, ma sono già in fase avanzata, di quel colore giallognolo che in qualche giorno svanirà del tutto. Di quelli Kento non si preoccupa—sono della settimana scorsa. Quello sotto la cassa toracica, invece, non gli piace proprio per niente.

«Ricordati di mettere la pomata prima di andare a dormire.»

«Okay…» dice Yuuji, e un lampo di realizzazione gli stordisce i lineamenti quando la frase resta in sospeso, come se fosse incompleta senza l’aggiunta di un nome, di un titolo, di un ruolo.

Yuuji lo mima con le labbra, lo assaggia con tutta la mascella. La p scoppiettante, seguita da una a accentata e un’altra p più delicata; poi la desinenza finale, una i quasi infantile. Una parola totalmente inappropriata. Due sillabe assolutamente fuori luogo.

Ma all’improvviso Yuuji capisce.

Se anche mettesse insieme quei suoni, se lo chiamasse come a Kento piace essere chiamato, nella loro relazione non cambierebbe nulla. Kento continuerebbe a baciargli la fronte, a ricordargli le buone maniere, a controllare i suoi lividi; a spogliarsi davanti a lui, a lasciar cadere pantaloni e boxer a terra, e a schiudere le cosce in un invito.

Yuuji ci si fionda in mezzo, incastrandosi col bacino contro il suo, afferrandolo con mani già appiccicose dall’eccitazione. Le sue dita si flettono in tic involontari per la smania di toccare, palpare e massaggiare, di affondare con i polpastrelli nella carne di Kento per lasciarsi dietro un’impronta. I suoi occhi sono altrettanto famelici. Viaggiano su e giù sul corpo di Kento, accarezzando la sua pancia, il suo viso, il suo pube, la sua gola, incerti su dove soffermarsi per primi.

Alla fine Yuuji opta per sollevare il capo e divorarlo nella sua interezza con uno sguardo intimamente affamato.

Non smetterà mai di lusingarlo come un ragazzo come Yuuji, così giovane e spontaneo, lo trovi tanto attraente da fissarlo in quel modo, lo stesso modo con cui fissa anche Satoru. L’idea sembra ridicola. Kento ha troppo sale in zucca per pensare di potersi paragonare a Satoru in bellezza. E invece Yuuji lo spinge a crederci quando gli afferra un ginocchio, se lo porta sulla spalla e passa lunghi secondi a baciargli la pelle sensibile della coscia, senza mai allontanare lo sguardo dall’incespicare del ventre di Kento, sempre più teso in risposta a quelle attenzioni.

I baci non sono nemmeno la parte peggiore. No, ciò che lo fa eccitare di più è la sicurezza con cui Yuuji si è inginocchiato tra le sue gambe, come se quello fosse il posto che gli spetta di diritto.

«Ti piace stare tra le mie cosce, mh?»

«Mh-mh» mormora Yuuji. Gli lascia qualche altro bacio sopra la conca del ginocchio, seguendo la curva di un tendine teso ed esposto, e con le mani risale fino alle sue anche. Allora lascia cadere la gamba di Kento, apre i palmi sul suo stomaco e in una lunga carezza si allunga per raggiungere le sue labbra.

Kento gli cinge il collo con le braccia e si concede il piacere di baciarlo lentamente, di scivolare con la lingua sulla sua e attirarlo nella propria bocca. Gli succhia la punta, strappandogli un breve sospiro. Poi gliela morde quando Yuuji tenta di spingersi troppo a fondo con i suoi gemiti ingordi e l’ondeggiare continuo dei fianchi. L’erezione di Yuuji è già umida, schiacciata tra i loro corpi e premuta sui loro ventri nudi. Quella di Kento non tarderà a raggiungerla se Yuuji continua così, a strusciarsi contro di lui, carne bollente contro carne bollente.

«Piano» lo rimprovera, e serra una coscia contro il suo bacino.

Yuuji si blocca. Si solleva sulle braccia per mettere a fuoco la posizione. Poi spinge una mano tra di loro e li avvolge entrambi nel pugno chiuso.

«Posso?»

Il suo avambraccio è rigido, gonfio dallo sforzo di restare immobile. Il suo polso è serrato in posizione. Le sue dita si contraggono attorno ai loro sessi, ma restano ferme, in attesa.

Se Kento volesse, potrebbero venire così, accompagnati solo da lunghi baci e sfregamenti impazienti, come succede nelle domeniche di pioggia, quando Kento passa la mattina a leggere a letto; quando Yuuji riposa con la testa sul suo petto e si strofina col bacino contro il suo fianco. In quelle mattine finiscono sempre l’uno sull’altro, spesso con la mano di Satoru stretta attorno a loro in un massaggio così lento da massacrarli.

Ma oggi hanno altri piani in mente.

«Non ancora» gli dice Kento. «Resisti per me ancora un po’.»

Con fatica e controvoglia, Yuuji si obbliga ad allontanare la mano e serrarla invece sulla coscia di Kento. «Quanto un po’?»

«Il giusto necessario.»

«E quant’è il giusto necessario?»

Kento sospira mentre con le dita risale sul polso, sull’avambraccio, sul bicipite di Yuuji e lo afferra per attirarselo di nuovo sul petto.

«Cosa sono tutte queste domande?» gli chiede baciandogli il mento. «Hai troppa fretta.»

«Sei tu che non ne hai abbastanza, papi.»

Kento solleva lo sguardo su Satoru. È vicino alla porta, lì dove è appeso il telecomando per chiudere le tende e monitorare le luci del salotto. Satoru tiene premuto un pulsante e le abbassa abbastanza da potersi liberare degli occhiali da sole, presto dimenticati su un mobile lì vicino.

Occhi diabolicamente celesti si fissano sul divano mentre Satoru si avvicina a loro per posare a terra due bottiglie d’acqua e degli asciugamani. Poi si sfila rapido la maglia e si arrampica di nuovo sui cuscini.

Il divano è grande abbastanza da ospitarli tutti e tre, ma non così tanto da permettere troppi movimenti, soprattutto con le cosce di Kento aperte e Yuuji situato proprio al loro centro. Ma Satoru non si fa scoraggiare e trova il suo incastro perfetto contro la schiena di Yuuji, con le mani schiuse sulle ginocchia di Kento.

«È passato quell’un po’?» chiede Yuuji, insistente, ma con una nota colorata nella voce, come se quello fosse un semplice scambio di battute, un gioco ormai familiare tra di loro.

E forse lo è, un gioco. Come lo è il modo in cui Satoru appoggia il mento contro la spalla di Yuuji e abbassa lo sguardo su Kento per chiedere: «Sì, papi, è passato?», sbattendo le palpebre in una finta innocenza che non gli dona proprio per niente.

Kento immagina di essersela cercata quando si è scelto due ragazzi che vivono la vita al momento, incapaci di vedere oltre il qui e ora. Ma poi ancora, forse se li è scelti proprio per quello: perché sono il suo completo opposto e hanno bisogno di una mano severa che li metta in riga. E che faticaccia, metterli in riga. Satoru in particolare non glielo rende facile. Ma ne vale la pena quando Kento allenta la presa sulla loro disciplina e si guadagna in risposta quel loro sorriso d’intesa, intimo come uno scambio tra fratelli.

«Passami il lubrificante» dice Kento.

Finge di non vedere Satoru che allunga una mano e Yuuji che ci batte il cinque in silenzio; invece si pulisce il palmo contro al petto, afferra il lubrificante che Satoru gli ha lanciato sul ventre e ne apre il tappo con un rapido pop.

Solleva lo sguardo verso gli altri due e chiede: «Satoru?».

«Nah, fallo fare a Yuuji. Tanto non ci vorrà molto.» Satoru sorride, voltando il viso verso la gola di Yuuji per mordicchiarlo nel suo posto preferito. «Avresti dovuto vederlo stamattina, Yuuji. Mi ha praticamente prosciugato per colazione.»

Yuuji porge la mano a Kento e si lascia versare il lubrificante sulle dita.

«Davvero?» chiede, la voce affannata dalle attenzioni di Satoru, dalle immagini che gli sta proiettando in mente, dal modo in cui Kento gli guida il polso tra le proprie gambe.

«Non ascoltarlo» dice Kento. «Si è dimenticato la parte in cui mi ha assalito alla porta e mi ha fatto perdere il treno delle sette e cinque.»

«E non è forse la parte migliore?»

Yuuji geme in un lamento. «Mi state distraendo! Di nuovo!» Le sue dita si contraggono contro l’entrata di Kento, arricciandosi per spingersi coi polpastrelli oltre l’anello stretto dei suoi muscoli. Kento li sta tenendo serrati di proposito, aspettando che Yuuji sollevi lo sguardo e gli chieda: «Nanamin? Posso? Ora?».

Quella supplica disordinata lo soddisfa così tanto da concedere a Yuuji di spingersi dentro di lui prima con un dito, poi con due. Del terzo, del quarto e del quinto non ce n’è bisogno—non oggi. Kento non si sta preparando per prenderli entrambi; vuole solo che Yuuji ammorbidisca le sue pareti il giusto necessario per tenerlo stretto dentro di sé, in quella pressione costante che manda Yuuji fuori di testa.

Yuuji sembra esserci già molto vicino, e non hanno ancora iniziato. Anche se Kento sospetta che la mano di Satoru stretta attorno alla sua erezione non sia d’aiuto.

«Comportati bene» lo richiama Kento, lanciandogli un’occhiata severa da dietro le palpebre socchiuse.

«Io mi comporto sempre benissimo. Guarda,» dice Satoru, scartando un preservativo e lisciandolo sulla pelle di Yuuji «non sono forse il più bravo del mondo?»

Yuuji crolla con la testa contro la spalla di Satoru. «Gojo-san» si lamenta. E poi sospira quando Satoru prende a massaggiarlo in lunghe carezze, la mano interamente avvolta attorno alla sua eccitazione, dita snelle e agili pronte a somministrare la loro tortura. «Lasciami finire—»

Le nocche di Yuuji grattano contro le pareti di Kento, tirandogli fuori un basso gemito che rimbomba nel salotto e annuncia a tutti e tre che i giochi sono finiti.

Lentamente, Yuuji ritira le dita. Se le pulisce contro il fianco. Solleva lo sguardo verso Kento e aspetta un suo segnale.

Basta un singolo cenno.

Satoru afferra le ginocchia di Kento e gliele spinge contro il petto. Lo trattiene in quella posizione, esposto in un’offerta, finché Yuuji non scivola tra le sue natiche e affonda dentro di lui con una spinta secca. Ne segue un’altra. E un’altra ancora. Il ritmo è familiare—un rapido incalzare di strusciamenti intimi che lo colpiscono in rapida successione, un fiotto di piacere dietro l’altro, dandogli appena il tempo di assaporarlo prima di soffocarlo con altro piacere, sempre più intenso, sempre più profondo, sempre più, più, più, così più da diventare indescrivibile.

È il modo in cui l’ha scopato Satoru quella mattina, contro la porta di casa; e ora Yuuji lo imita perché è proprio Satoru a guidare i suoi fianchi. Lo sta manovrando con i suoi, spingendosi contro Yuuji come se lo stesse penetrando, obbligandolo a seguire le sue spinte egoiste e prepotenti.

Yuuji è così perso dentro Kento, la bocca schiusa dai gemiti, gli occhi chiusi dalla soddisfazione, da non rendersi conto che le dita di Satoru hanno abbandonato le ginocchia di Kento e serpeggiano ora sul suo petto, contro i suoi capezzoli, e si avvolgono attorno alla sua gola.

Un lampo di confusione gli turba il viso.

«Occhi a me, Yuuji» dice Kento, in un comando ansimato carico di urgenza. «Cosa devi fare se vuoi fermarti?»

Yuuji apre le palpebre e si concentra sul viso di Kento. Il dubbio gli si legge negli occhi. Non capisce cosa stia succedendo. Non gli è chiaro se deve smettere con le sue spinte, ma Kento non gliel’ha chiesto. Gli ha solo detto di ricordarsi il suo segnale di stop.

Yuuji gli pizzica la coscia.

Kento solleva i fianchi e si spinge contro di lui in apprezzamento.

«Mmh, bravo il mio ragazzo» mormora, compiaciuto dalla sua risposta, dalla sua fiducia, dal tremore che lo scuote alle sue lodi. «Ma non ne avrai bisogno. Mi prendo cura io di te.»

«Sempre» ansima Yuuji.

«Sempre» gli fa eco Satoru. Poi affonda con le dita nella gola di Yuuji, pollice e indice premuti contro le sue carotidi.

Yuuji spalanca gli occhi nell’immediato bisogno di fuggire dalla sua presa, di liberarsi dalle sue mani, di riprendere a respirare, ma Satoru non glielo permette. Continua a spingersi contro di lui con il bacino per ricordargli di non ignorare Kento a cosce aperte per lui, per loro, e flette le dita in movimenti calcolati, serrandole e rilassandole ancora, e ancora, e ancora, finché le vene sul suo braccio non si gonfiano dallo sforzo, finché il viso di Yuuji non si fa rosso, le tempie sudate, la bocca aperta, la saliva che cola.

«Così, così, così» mormora Kento, portandosi una mano sul pube e afferrandosi tra le proprie dita. Non ha altra scelta. L’erezione gli pulsa nel pugno ad ogni sfregamento. È colpa dello spettacolo che ha davanti, del piacere che gli stanno regalando i suoi ragazzi, riversando in lui tutta la loro fiducia.

Yuuji—abbandonandosi tra le mani di Satoru, mentre nei suoi occhi il panico lascia spazio a cruda adrenalina, la ragione soffocata dall’istinto, il terrore misto all’ebbrezza.

Satoru—annegando in sé stesso, nel suo mondo senza limiti e senza regole, sicuro che Kento riuscirà a portarlo indietro prima che sia troppo tardi.

E poi Kento—con le loro vite in mano. Vestito del dovere, dell’obbligo, del diritto di prendersi cura. Spoglio dalle maschere che a lungo l’hanno tenuto lontano da ciò che più desidera. Intimamente nudo, intimamente sé stesso, intimamente loro.

Nemmeno dieci orgasmi di fila pareggiano l’euforia del vedere le vertigini spegnere gli occhi di Yuuji e la reazione istantanea di Satoru non appena Kento lo chiama per nome, secco e autoritario, e Satoru lo sente, lo ascolta, gli ubbidisce, e lascia andare la gola di Yuuji per aggrapparsi alle cosce di Kento.

Mani convulse si conficcano nella sua carne e la marchiano con impronte profonde che presto diventeranno lividi, mentre Yuuji crolla in avanti e si sorregge con i palmi sul bracciolo del divano, dietro la testa di Kento. I suoi fianchi continuano a muoversi, guidati dalle spinte sempre più violente di Satoru, e i suoi gemiti si fanno storditi dall’improvvisa scarica di ossigeno che riprende a scorrere dentro di lui, dall’orgasmo ormai al punto di stravolgerlo.

Kento viene così, immerso nella fretta di Yuuji e stritolato dalla presa di Satoru, sporcandosi dita e ventre con un piacere mai provato prima. E poi arriva la parte migliore—quando il suo corpo si rilassa e Yuuji sfoga su di lui tutta l’agitazione che gli vibra sotto pelle, servendosi di lui per portarsi oltre il proprio limite.

Presto Yuuji viene scosso dagli spasmi, e allora le spinte di Satoru si fermano.

Yuuji si accascia sfinito su Kento e si struscia con la guancia bollente contro il suo petto. Lo fa spesso dopo un orgasmo, quando è ancora distratto dalle sensazioni fisiche e l’unica cosa che cerca è un braccio attorno alla vita e un bacio premuto sulla fronte.

Kento lo stringe pigramente a sé mentre il suo sguardo viaggia verso Satoru. Il suo viso, di solito immacolato, è sporco da due chiazze rosse sulle guance; i suoi occhi sono ancora maniacali, a tanto così dal perdersi di nuovo nella frenesia. L’unica cosa che sembra trattenerlo è Yuuji, che con calma sta riprendendo fiato, un ansito alla volta.

«Lasciati guardare» dice Kento, stringendo il fianco a Yuuji.

Yuuji solleva lo sguardo. Poi le dita di Satoru scivolano tra i suoi capelli e gli manovrano con attenzione il capo, gli sollevano il mento, mettono in mostra la sua gola. La sua pelle, lì, è umida di sudore e saliva, ma non c’è traccia dei marchi che Kento porta ora sulle cosce. Satoru non l’ha davvero soffocato—non quanto avrebbe potuto. Si è solo stretto attorno a lui con una pressione intermittente, sfruttando il panico iniziale di Yuuji per amplificare la farsa. Il resto Yuuji l’ha fatto da sé, troppo travolto dalla situazione e dall’adrenalina e dal piacere per guardare oltre all’apparenza, per ragionare a mente lucida.

«Hai visto, papi?» dice Satoru, districando le dita dalle ciocche di Yuuji, ormai soddisfatto della loro indagine. La cantilena nella sua voce è ansimata, più instabile del solito. «Sono stato bravo.»

Kento gli concede un cenno d’approvazione. «Lo sei stato.»

«Devo dare il buon esempio al piccolo Yuuji, no?»

Yuuji sbatte piano le palpebre e li studia con attenzione, prima Satoru e poi Kento. Su di lui si fissa più a lungo, curioso, e tende la mano verso la sua guancia. Distrattamente traccia il solco del suo zigomo, mentre le sue labbra si schiudono come a voler porre una domanda o mille.

Kento non lo biasima. Ciò che hanno appena fatto è stato tanto intenso quanto inatteso. Lui stesso si sente ancora alticcio, impregnato di quella calda sensazione che gli vibra nelle ossa, sotto i nervi, e rende ogni suo muscolo languido e pigro.

Anche Yuuji deve provare lo stesso, perché la sua voce è intorpidita quando dice: «Se tu sei il papà, Gojo-san cos’è?».

La domanda lo coglie di sorpresa. E poi lo spinge a baciare Yuuji sulla bocca.

Kento fa fatica a credere di essersi meritato un ragazzo del genere; un ragazzo che anche quando è sciolto nei postumi del suo orgasmo, con l’eccitazione ancora bruciante nelle vene, pensa solo a loro, a loro tre, a ciò che si sono appena scambiati, a ciò che potranno scambiarsi in futuro.

«Non è così che funziona» dice Kento, e gli sfiora il naso con il proprio. «Non devono esserci ruoli specifici.»

Yuuji corruccia le sopracciglia. «No?» chiede. Poi ruota il bacino quando Satoru si allunga con una mano per sfilargli il preservativo usato e asciugargli ventre, petto e mento con un asciugamano.

La sincronia con cui si muovono è familiare – famigliare – anche se la situazione di certo non lo è.

«Vedila in modo più astratto» dice Kento, pettinandogli i capelli con le dita. «Nella mia testa, è come se Satoru fosse il tuo fratello maggiore.»

Yuuji si fa ancor più corrucciato. «Ma è tuo marito.»

«E ogni giorno mi domando perché.»

«Ehi!» esclama Satoru, piccato.

Kento lo ignora in favore della bottiglia d’acqua che gli sta offrendo. La stappa con un movimento secco del polso e ne prende un lungo sorso.

«Non dev’essere così complicato, Yuuji. Satoru è mio marito, sì, ma a volte non basta—né a me né a lui. Questo, invece,» indica loro tre, quella triade inattesa che tuttavia funziona alla perfezione, con o senza titoli aggiunti «riempie tutte le mancanze.»

«Vale anche per Gojo-san?»

Satoru si stringe nelle spalle, indifferente. È una risposta superficiale, come lo è il modo in cui lo chiama papi, con quell’accenno canzonante nella voce, come se fosse uno scherzo, una presa in giro. Ma non lo è. Kento sa che non lo è. Perché Satoru non ha mai rifiutato quella parte di lui, non l’ha mai obbligato a soffocarla. Semmai, è stato Satoru a spingerlo a esplorarla più a fondo—prima con lui e poi con Yuuji.

«Che posso dirti» dice Kento con un sospiro. «Il diavolo li fa e li accoppia.» Poi culla la nuca di Yuuji col palmo aperto e gli fa sollevare la testa. «Ora apri la bocca.»

Senza fare domande, Yuuji schiude le labbra e si lascia versare due, tre, quattro sorsi d’acqua sulla lingua, ingoiandoli uno dietro l’altro finché Kento non è soddisfatto. Allora, ritirata la bottiglia, Kento gli bacia la punta del naso e mormora: «Bravissimo».

Satoru al loro fianco sbuffa una risata. «Che fine ha fatto il signor Non-faccio-complimenti?»

«Non c’è bisogno di fare il geloso, Satoru» dice Kento. «Più tardi ci sarà un premio anche per te.»

Yuuji scoppia a ridere. È una di quelle risate a pieni polmoni che gli scuotono le spalle e lo fanno sembrare così giovane, così vivo da rendere impossibile distogliere lo sguardo. Una di quelle risate che resta vivida nella sua voce anche quando parla.

«Ce lo vedo, Gojo-san, come un fratello maggiore. Uno di quelli che ti fanno provare le sigarette di nascost—»

Satoru gli copre la bocca per zittirlo.

Kento lo fulmina con lo sguardo. «Satoru.»

«Che c’è?» dice lui, sulla difensiva. «È successo solo una volta!»

«Una volta è già troppo!»

«Ed ecco che torni a essere iperprotettivo» borbotta Satoru. «Guarda che non si può vivere così, papi. Bisogna fare esperienze nella vita, provare cose nuove, buttarsi nella mischia…»

«Certe cose si possono tranquillamente evitare. E tu,» Kento fissa lo sguardo su Yuuji, picchiettandogli il mento con la nocca dell’indice «smettila di dar retta a tutto ciò che ti dice.»

Almeno Yuuji ha la decenza di sembrare dispiaciuto.

Kento si massaggia il ponte del naso. Non ha voglia di sgridarli, perché la verità è che il legame che Yuuji e Satoru hanno creato gli piace.

Gli piace quando Satoru salta la sua pausa pranzo per raggiungere Yuuji all’università e fargli compagnia tra una lezione e l’altra. Gli piace dimenticarsi il telefono in cucina e ritrovarlo la mattina dopo con le loro smorfie come sfondo. Gli piace entrare in salotto e trovare Yuuji e Satoru aggrovigliati sul divano, a sgranocchiare mandorle davanti alla televisione.

Gli piace che i suoi ragazzi si amino anche quando sono da soli, quando Kento non può essere lì per loro.

Però, santo cielo, le sigarette?

«Guarda, Yuuji, quella è la faccia che fa quando ci vuole sculacciare.»

Kento fissa Satoru in un avvertimento. «Non tentare la sorte.»

«Qualche sberla il nonno me l’ha data» dice Yuuji, pensieroso. «Però le sculacciate mai.»

«Ma guarda che bravo bambino» lo canzona Satoru, e gli arruffa i capelli fino a farli drizzare in aria tra le sue smorfie contrariate. «Forse anche troppo bravo. Dobbiamo rimediare.»

«Tu non mettergli in testa strane idee» lo ammonisce Kento, fermandogli il polso. «Non dovevi dargli il buon esempio?»

«Solo per le cose divertenti.»

Kento sospira.

«A quanti siamo?» dice Satoru all’orecchio di Yuuji, forte abbastanza da farsi sentire.

Yuuji conta sulle dita di una mano, poi anche sull’altra. «Otto?»

«Cavolo. Io ne ho contati sei.»

«Di cosa state parlando?» chiede Kento.

Yuuji e Satoru si voltano verso di lui. Il viso Yuuji tradisce un leggero nervosismo e tanto, tanto divertimento, ma quello di Satoru è imperscrutabile.

«Ti piacerebbe saperlo, eh, papi?»

Kento avverte già l’emicrania pizzicargli le tempie. Sospira di nuovo e—

«Nove!» dicono Yuuji e Satoru in coro.

Kento non può crederci. Non vuole crederci. Ma con Satoru tutto è possibile, e comincia a pensare che valga lo stesso anche per Yuuji.

«Fate a gara a chi mi esaurisce di più?» chiede piattamente.

«No, no, papi» dice Satoru, sedendosi sul bordo del divano e allungando le dita per tormentargli le rughe sulla fronte che lui stesso gli ha fatto venire. «Contiamo solo i tuoi sospiri.»

Tutto sommato quelle sculacciate se le meritano.

«Dieci» dice Yuuji.

Kento si annota mentalmente di non lasciarsi più distrarre dai suoi sorrisi spensierati e dall’ammirazione nei suoi occhi, perché la verità è che Yuuji non è innocente come sembra. Non sempre, almeno, e di certo non quando è in compagnia di Satoru.

«Siete incorreggibili…» dice Kento, esasperato. Poi afferra la mano di Satoru per fermare le sue torture e si schiaccia il suo palmo aperto contro il petto.

Lì lo sente, il leggero tremore nelle dita di Satoru. È l’insoddisfazione per aver sfiorato il suo mondo senza limiti senza la libertà di potercisi affogare; un’insoddisfazione che ha poi tentato di scaricare sulle cosce di Kento senza davvero riuscirci, e che ora vuole nascondere a Yuuji perché la colpa non è sua.

Non è colpa di nessuno, a dire il vero. È solo una conseguenza naturale del doversi giostrare tra le loro abitudini consacrate negli anni e l’inesperienza del loro Yuuji, che ci si sta inserendo in mezzo pian piano, un tentativo per volta.

Nulla che non possa essere risolto con qualche attenzione in più.

«Vieni qui» dice Kento, afferrandogli la nuca.

Lo obbliga ad abbassare il viso per baciargli una tempia, la guancia, la mascella, e lì si sofferma a lungo con le labbra. Prende un respiro profondo e inala il suo profumo. Poi gli sposta i capelli dal viso per guardarlo negli occhi.

«È il tuo turno» dice infine.

Satoru lo sorprende con un bacio a stampo, poi scatta in piedi e finisce di spogliarsi sotto lo sguardo attento di Yuuji. Anche lui ha intuito che nell’aria qualcosa è cambiato, e presto capirà quanto.

Nel frattempo ci vuole qualche preparazione.

«Passami quel cuscino.»

Yuuji si solleva dal suo petto, raccoglie il cuscino dall’altra parte del divano e glielo allunga. Kento lo impila sopra al cuscino che ha già sotto la testa e se li sistema entrambi sotto le spalle, tra le scapole e l’osso del collo, all’altezza perfetta per lasciar crollare il capo all’indietro ed esporre apertamente la gola.

Satoru è già in piedi dietro al divano, un ginocchio puntato sul bracciolo, l’erezione gonfia stretta in mano. La sua punta, umida e arrossata, è a pochi centimetri dalle labbra di Kento. Gli basterebbe tirare fuori la lingua per assaggiarla. Un semplice movimento e sarebbe sua.

«Yuuji,» dice Kento, scandendo con lentezza ogni singola parola «se ti senti a disagio, ricordati che puoi lasciare la stanza in qualsiasi momento.»

Con la coda dell’occhio, Kento lo vede scuotere la testa, scivolare giù dal divano e sedersi a terra a gambe incrociate. «Voglio restare» dice, testardo come al solito. «Non me ne vado.»

Kento gli accarezza la guancia con le nocche delle dita. Poi solleva lo sguardo e si fissa sugli occhi folgoranti di Satoru. Sono tanto celesti da star male. A un soffio di distanza dalla pazzia.

«Fa’ del tuo peggio» dice.

Satoru gli afferra la nuca e si forza a fondo nella sua gola. Si scava un passaggio con spinte secche, brusche, aspre; poi si ritira con lentezza sfiancante e calcolata, un millimetro dietro l’altro, grattando la parete increspata del palato di Kento con la corona. Il primo conato lo fa tremare—ed ecco che Satoru torna dentro di lui, razziandogli la bocca di tutta l’aria, imbottendolo con la sua lunghezza bagnata, spinta dopo spinta dopo spinta.

Le unghie di Satoru affondano nel cranio di Kento. Il suo pollice gli tiene la bocca sbarrata fino alla rottura. La saliva in eccesso cola ovunque giù per le sue guance, nei suoi occhi, nel suo naso. Non gli lascia scampo. Lo soffoca come la carne di Satoru che gli pulsa in gola.

Kento non sente più la lingua—Satoru l’ha raschiata con la sua fretta, consumando ogni sua terminazione nervosa. Non sente più la mascella—sa solo che ormai è scardinata, tenuta insieme dalle lunghe dita di Satoru. Non sente più nemmeno i conati, i singhiozzi, il raspare dei suoi muscoli in cerca d’aria—Satoru l’ha svuotato di ogni cosa con la sua prima spinta, l’ha reso un contenitore da violare a suo piacimento, da usare e abusare fino alla rovina.

Kento è vuoto eppure pieno fino alle lacrime; assente eppure presente nella sua tortura. Ogni affondo gli graffia la carne livida e sfasciata; ogni boccata di ossigeno lo lascia oscenamente scorticato.

Vuole pizzicare la coscia di Satoru, chiedergli di smettere, di lasciarlo andare, di farlo respirare; ma in realtà non davvero. Può resistere ancora, sa che può. Sa che deve. Ha promesso a Satoru che l’avrebbe premiato. Gli ha concesso di sfogarsi brutalmente sul suo corpo. È stata una sua scelta.

Ne vuole ancora.

Non ne vuole più.

Si sente spaccato in due—al di fuori e all’interno del suo corpo. Scollegato da ogni suo nervo, tranne quelli concentrati nel cavo della sua gola. Sovraccarico di sensazioni, ma capace di percepire solo Satoru dentro di sé, fuori da sé. Fuori di sé. Satoru ha perso il controllo sulla sua ragione e si è trascinato Kento nella sua follia, in quel suo mondo di infinita frenesia dal quale nessuno può uscirne incolume. Non senza un’ancora, non senza un appiglio. Non senza una ragione per tornare indietro.

Kento sobbalza.

Dita callose gli grattano le vene esposte della gola, le crespe ossute della trachea, il pomo d’Adamo affaticato che lavora su e giù per la sua laringe, ingoiando ingordo ogni parte di Satoru. Poi una mano si apre attorno a lui, si chiude ai lati del suo collo. Non stringe ma esiste, una pressione vivida e ostinata, un fantasma che gli ricorda i marchi che gli pulsano sulle cosce.

È Yuuji.

Yuuji che lo studia con indiscrezione mentre Satoru gli scopa la gola, come se fosse un oggetto usa e getta. Una bambola di pezza per soddisfare le loro fantasie. Un giocattolo che Yuuji e Satoru possono distruggere ancora e ancora e ancora perché papà sarà sempre pronto a rimetterlo in sesto. A rimettersi in sesto. E a offrirsi di nuovo, fino allo sfinimento.

Kento non sa come, non sa quando, non sa perché succede, ma all’improvviso Satoru non è più dentro di lui. L’aria si schianta nei suoi polmoni. Poi uno schiaffo caldo—l’orgasmo di Satoru riversato sulla sua bocca spalancata, sul suo mento fradicio, sulla sua gola convulsa.

C’è un lungo attimo di silenzio in cui niente sembra esistere più.

Poi la voce di Yuuji lo riporta nella stanza.

«Gojo-san?»

Dopo uno, due, tre respiri pesanti, Satoru allenta la presa sul capo di Kento e fa scivolare il palmo aperto sotto la sua nuca. Lo sorregge con attenzione mentre scalcia via i cuscini, si accomoda sul divano, si appoggia Kento sulle cosce.

Si rivolge a Yuuji quando dice: «Fa’ vedere a papi quanto ti è piaciuto».

Yuuji posa un bacio contro il fianco del suo collo. Apre la bocca, si arrampica sulla sua gola stremata dall’appetito senza fondo di Satoru. Con la lingua raccoglie la saliva di Kento e lo sperma di Satoru, li succhia via dalla sua pelle sudata di eccitazione ed abbandono. È un mix acre. Kento lo sa perché presto le labbra di Yuuji sono sulle sue e gli permettono di assaggiare ogni sapore, ingoiarlo debolmente, mandarlo giù insieme al dolore dentro di sé.

È proprio quel dolore a scacciare via la nebbia e a concedergli di riprendere il controllo di sé. Anche se Kento non è sicuro di volerlo. Gli piace quella sensazione, la lingua di Yuuji che lo trascina via con dolcezza dalla violenza di Satoru. Sembra volergli ricordare di non lasciarsi ammaliare fino alla perdizione… sebbene poi i baci di Yuuji abbiano lo stesso identico effetto.

Solo quando Yuuji si stacca Kento ha le forze di sollevare una mano e passargliela tra i capelli. Allora Yuuji gli sorride e mormora: «Ci siete proprio andati leggeri con me».

La risata di Kento è un lento gorgogliare senza forma, un suono terrificante che gli graffia la gola e il palato. Parte della colpa non è nemmeno di Satoru. Kento si sente arrugginito; non ricorda l’ultima volta che ha avuto voglia di ridere tanto spontaneamente. Anche se chiamare quello stridore una risata potrebbe essere un’esagerazione.

«Yuuji, passami la bottiglia.»

Appena Yuuji gliela allunga, Satoru la stappa e la versa su un asciugamano. Poi lo passa sul viso di Kento, sul suo mento, giù per il suo petto, e si porta via i resti di quella serata. L’odore rimane, però, così come il pulsare che Kento sente dentro di sé. È un dolore insistente. Non si allenta nemmeno quando Satoru gli lascia in mano la bottiglia, Kento ne prende un sorso e l’acqua gli brucia in gola come un acido.

Per esperienza, Kento sa che lo avvertirà per tutta la sera, e domani si sentirà livido e martoriato. Ad ogni parola si ricorderà ciò che è appena successo – Satoru nella sua bocca, Yuuji con le dita attorno a lui – e Satoru ne approfitterà per baciarlo senza pietà, perché i suoi dispetti non conoscono limiti e «un bacio cura ogni dolore».

Kento immagina di potergliene concedere un paio, di baci. Solo un paio. Non di più.

Sollevando lo sguardo, trova gli occhi di Satoru fissi su di lui. Lo studiano con attenzione, con una serietà a lui insolita, aspettando un segnale, una conferma.

Kento allunga una mano e gli pizzica il mento.

«Soddisfatto?» chiede, la voce roca e massacrata.

«Mh-mh.»

«E come si dice?»

«Grazie grazie, papi» dice Satoru, calcando quel papi con la sua cadenza canzonatoria, che per una volta non raggiunge i suoi occhi. Ora Satoru lo guarda senza veli, senza barriere, senza protezioni, e si lascia guardare a sua volta, dando a Kento una sbirciata nella sua mente impenetrabile.

Kento lo conosce da anni, ma non l’ha mai capito. Satoru non gliel’ha mai concesso. L’ha sempre tenuto a una distanza ravvicinata, permettendogli di sfiorarlo ma non di toccarlo davvero, come se tra di loro ci fosse sempre uno scudo invisibile, un ostacolo tanto sottile quanto insuperabile.

Tutto ciò che Kento sa di lui l’ha scoperto in momenti come questo, quando le vecchie ferite riprendono a sanguinare e Satoru non glielo riesce a nascondere—e non per mancanza di tentativi. Anche quella a suo tempo è stata una sorpresa: la realizzazione che nemmeno Satoru è infallibile. Che quel mondo infinito nella sua mente è un’arma a doppio taglio. E che a volte anche lui si lascia inscatolare dai rimpianti.

È impossibile non notarlo quando vivono, mangiano e dormono l’uno di fianco all’altro, condividendo e condividendosi l’uno con l’altro, forse non totalmente ma quasi.

Quel quasi è la parola chiave. Satoru non sarà sempre sincero, ma non è nemmeno sempre un bugiardo. Ha un codice tutto suo, spesso incomprensibile, che però segue alla lettera. E di tanto in tanto qualcosa sfugge anche al suo controllo ormai perfezionato: piccole espressioni, brevi sguardi, gocce distanti nel mare celeste dei suoi occhi. Quegli sprazzi di sincerità Kento li ha raccolti negli anni e poi li ha impilati l’uno sull’altro, finché qualcosa non l’ha intuito.

C’è una cicatrice, dentro Satoru. Una cicatrice da tempo sepolta, sì, ma mai scomparsa. Il segno di un passaggio; di una persona che non ha saputo fermarlo. Che l’ha lasciato perdersi nella sua mente. Che si è spezzata sotto le sue mani, invece di resistere con lui, per lui, grazie a lui.

Ma altre informazioni Kento non le ha. Così Satoru resta un enigma, un rompicapo che non sarà mai in grado di risolvere.

È ironico che proprio lui, dal suo trono informe di incognite, abbia trovato, scelto e trascinato Yuuji nelle loro vite.

A confronto, con Yuuji è tutto così facile. Lui si è scavato il cuore fuori dal petto e se lo porta in giro in bella mostra, abbandonandolo volentieri nelle mani di chi ama. Yuuji vuole essere capito, così come desidera capire a sua volta. Glielo si legge negli occhi, anche in quel momento.

Yuuji si è appoggiato con il mento contro al divano e ora li fissa con affettuosa attenzione, una mano aperta sul ventre di Kento per giocare con la striscia di peli biondi appena sotto il suo ombelico. È un gesto intimo, ma distratto; non ha nessun obiettivo se non cercare vicinanza.

«Nanamin,» dice in sovrappensiero «devo chiamarti anch’io “papi”?»

«Se ti va» dice Kento. «Solo se ti va.»

È l’unica risposta che può dargli.

Kento sa quanto sia carica quella parola—di emozioni, di ricordi, di assenze. Soprattutto per Yuuji. L’altarino che Kento ha visitato infinite volte a casa Itadori ne è la prova; e lo è ancor di più la foto situata al suo centro, tra i fiori e gli incensi, con un Yuuji appena nato infagottato in una copertina e stretto tra le braccia di suo padre. L’affetto che vibra in quella scena è atrocemente prezioso.

Ma Kento non vuole sostituirlo. Lo vuole avvolgere, contornare con la propria presenza, riempiendo i solchi che Yuuji gli può concedere, senza però prendere un posto che non gli appartiene. Vuole dare a Yuuji ciò che non ha potuto avere e che eppure si merita, il cielo solo sa quanto.

E Yuuji sembra averlo capito.

«Penso che mi va» dice.

Kento si schiarisce la voce. Manda giù il groppo di emozioni che gli blocca la gola lacerata. Poi si sporge per baciargli la fronte.

«Che mi vada» lo corregge.

Satoru alza gli occhi al cielo. «Ma quanto puoi essere rognoso?»

«Tu sta’ zitto.»

Yuuji ride, una risata calda e trillante. Satoru spinge le dita tra i capelli di Kento e ne tira le ciocche per dispetto. Uno stomaco brontola e così riprendono le chiacchiere sulla cena.

Kento è steso su quel divano da ore e ancora si rifiuta di alzarsi. Vuole restare lì, tra i suoi ragazzi che parlano del più e del meno e gli ricordano che c’è routine anche nelle novità. C’è certezza anche nelle sorprese. C’è sicurezza anche nei dubbi, quando hai una base solida.

E ora Kento ne ha due.


Afterword

Note finali

12 mila parole e Nanamin ancora non si è alzato nemmeno per sbaglio. Pillow princess!Nanamin, amen