L’uomo che guarda

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Rating:
Explicit
Archive Warning:
No Archive Warnings Apply
Categories:
Gen, M/M
Fandom:
Haikyuu!!
Relationships:
Hanamaki Takahiro/Matsukawa Issei, Iwaizumi Hajime/Oikawa Tooru, Hanamaki Takahiro & Oikawa Tooru, Hanamaki Takahiro & Iwaizumi Hajime
Characters:
Hanamaki Takahiro, Matsukawa Issei, Iwaizumi Hajime, Oikawa Tooru
Additional Tags:
Trans Hanamaki Takahiro, Sexual Experimentation, Overcoming Sexual Shame, Non-Penetrative Sex, Porn Watching, Voyeurism, Mentions Of Gender Dysphoria, Exes Iwaizumi/Oikawa
Language:
Italiano
Series:
Part 4 of The Great King AU
Stats:
Published: 2022-10-10 Words: 33,271 Chapters: 2/2

Riassunto:

Takahiro è stanco di essere uno spettatore esterno, di sperimentare l’affetto dai lati di una pista da ballo, di assaggiare il piacere da dietro lo schermo di un telefono. Vuole essere il protagonista, per una volta. Vuole... non sa di preciso cosa, ma lo vuole, lo vuole, lo vuole. Sente l’eco del bisogno tremargli nel ventre, avvinghiarsi alle sue interiora, stritolarle con insistenza fino a soffocarle.

Note:

Il parto è finito! Lavoro a questa fic dall’anno scorso, ma tra lavoro e stanchezza sono riuscitu a finirla solo adesso.

La fic fa parte della serie The Great King AU, un universo alternativo in cui Iwaizumi apre il Great King, un nightclub dedicato a Oikawa frequentato da diversi ballerini e spettatori. Questa fic è il prequel, quando il Great King ha ancora un altro nome e un’altra gestione, e si concentra sulla storia di Makki e sulla relazione al momento tremolante degli Iwaoi.

Makki in questa fic è un uomo trans. Nelle scene di sesso ho usato clitoride, erezione, labbra, e pieghe come terminologia.





Capitolo 1: Da lontano


A+ | A-

È difficile distogliere lo sguardo.

Oikawa cammina sotto la luce gelida che piove dall’alto. Il lento scorrere di un pianoforte lo accompagna ingenuo, incerto, dubbioso. Nemmeno la musica sa cosa aspettarsi dai suoi passi pigri che guidano ogni attenzione verso il centro della scena.

Lì siede una specchiera improvvisata, smontata in quattro e quattr’otto dai camerini e rimontata sul palco. È storta, con una gamba traballante e instabile. Sullo specchio si scorgono scie di glitter, cipria e ditate. C’è persino un cassetto socchiuso, con una maniglia mancate. Più la si guarda, più sembra fuori luogo, almeno finché Oikawa non sposta lo sgabello e ci si accascia di fronte con un sospiro. È un gesto calcolato, ingigantito per il pubblico pagante, ma all’improvviso rende vivida la situazione, lo spettacolo: il suo ritorno da una pesante giornata di lavoro; il semplice ritratto di un uomo che si muove tra le mura di casa sua, sotto il lume di un’unica lampada che gli oscura il viso, lo tinge di una maschera d’ombre che gli deforma i lineamenti magri, la curva sghemba del naso all’insù, la piega imbronciata delle labbra piene.

Bagnato dai raggi blu e azzurri che gli stravolgono i colori, Oikawa sembra una statua di cera. Finto, artificiale. Scolpito su misura per il piacere di chi guarda. Eppure c’è una profonda umanità nei suoi movimenti, nello scherno che gli corruccia le sopracciglia quando solleva lo sguardo verso lo specchio e con dita inquisitorie affonda nella carne delle proprie guance. Traccia con attenzione gli zigomi esposti fino a raggiungere le rughe di stanchezza che gli incrostano gli occhi. Cerca di lisciarle, ma senza successo. Nonostante tutti gli artifici di contorno, quello non è trucco che si lava via con acqua e sapone, non è cera che si scioglie sotto il fuoco scorticante. Quella è la traccia di una vita senza freni, senza pause, senza un posto da chiamare casa.

E rende impossibile distogliere lo sguardo.

Oikawa sposta le mani giù per la propria gola, sul primo bottone della camicia. Lo apre con un movimento fluido, languido, invitante. Il secondo bottone segue a ruota; poi il terzo, poi il quarto, infine il quinto. Finalmente Oikawa risale con le mani sul proprio petto e si infila con le dita sotto la stoffa della camicia schiusa. Ne tira un lembo, scoprendo uno stralcio di pelle liscia come acqua, screziata di blu dai LED accecanti, sporca di nero dalle mani d’ombra di un pubblico che scalpita per afferrarlo, marchiarlo, farlo proprio. Ma Oikawa non ci fa caso. Continua con il suo spettacolo privato, guardandosi e accarezzandosi per il piacere di nessuno se non il proprio, come se fosse confinato nella sua camera da letto. Come se si trovasse davanti a un amante, e non sul palco di un nightclub.

È impossibile distogliere lo sguardo, ma Takahiro si obbliga a farlo lo stesso perché quella scena è troppo intima: il sobbalzo del suo pomo d’Adamo, il sospiro che gli fa tremare le labbra, lo sguardo perso negli occhi di Oikawa mentre si studia, si tocca, si vizia… Niente di tutto ciò dovrebbe essere esposto a quegli sguardi.

Perché quella non è più una finzione. Quello è Oikawa che si mette a nudo nella sua intimità, che si spoglia dei suoi abiti come delle sue apparenze, che si mostra per com’è davvero: un uomo stanco, un uomo solo, un uomo in attesa.

E la domanda non è di cosa?, ma: di chi?

«Da quanto lo sai?»

Takahiro si morde la lingua. «Giuro, non sapevo nulla dello spettacolo.»

«Però sapevi che si trovava in Giappone.» Iwaizumi gli risparmia un’occhiataccia solo perché tutte le sue attenzioni sono concentrate sul palco, su Oikawa. «Quand’è tornato?»

«Perché pensi che io—»

«Quando.»

Per un attimo, Takahiro maledice l’essersi seduto al bancone del bar. Chi gliel’ha fatto fare di mettersi davanti alla furia di Iwaizumi ben sapendo cosa l’avrebbe aspettato? Sé stesso, ecco chi. O magari quello stronzo di Oikawa. Takahiro non ne è certo, ma è più facile svendere la colpa a qualcun altro.

«Una, forse due settimane fa. Non lo so.» Si stringe nelle spalle. «Mi ha chiamato l’altro giorno, ma non mi ha detto molto.»

Iwaizumi non risponde. Forse è distratto da Oikawa che si muove sul palco; forse è così furioso da non trovare parole che non siano insulti. E ne avrebbe tutte le ragioni, perché la verità è che Takahiro gli sta mentendo.

«Perché non me l’hai detto?»

Takahiro ingoia il sapore amaro che gli infesta la gola. «Pensavo lo sapessi» si obbliga a dire. È una bugia, ma la verità sarebbe ancor peggiore. Iwaizumi non può sapere—non deve sapere che qualche giorno prima, con la sua breve chiamata, Oikawa l’ha supplicato di mantenere il segreto, di non dire a nessuno del suo ritorno, a nessuno ma ti prego, soprattutto non a Iwa-chan.

«Perché no?»

Ho bisogno di tempo.

«Quanto tempo?»

Non so. Qualche giorno.

«Non ha senso rimandare.»

Lo so. Lo so, però…

«Però non riuscirò a farti cambiare idea.»

No.

«Cristo, sei sempre il solito testardo. Nemmeno l’Argentina ti ha cambiato.»

Quando parli così sembri proprio Iwa-chan.

Un leggero sbuffo contrariato. «Sai quanto si arrabbierà?».

Non con te.

«Ma con te sì.»

La sua rabbia la posso sopportare.

E con sei parole gli ha squarciato il petto a metà, rendendolo incapace di rispondere.

Anche ora, a giorni di distanza, Takahiro riesce a sentire la tensione nella voce di Oikawa, i sensi di colpa che si nascondono nell’ultimo: Scusami, Makki che gli ha mormorato prima di chiudere la chiamata, il dolore sordo che il suo migliore amico – quello che una volta era il suo migliore amico – non si è mai concesso di provare, non apertamente, non davanti a Takahiro.

Lo stesso dolore malcelato che sembra vibrare sotto la pelle di Iwaizumi quando quest’ultimo, stringendo i pugni, ringhia: «Quante stronzate». Il suo tono lascia intendere che in un altro momento, in un’altra situazione, se ne sarebbe già andato a servire i clienti del bar invece di perdere tempo davanti a discussioni come quella, inutile come tutte le discussioni che riguardano Oikawa e la sua assenza. Ma non questa volta, no. Ora Iwaizumi non si muove, quasi non respira. Resta fisso con lo sguardo sul palco e segue i movimenti di Oikawa, sempre più pigri, sempre più lenti, finché le sue dita non sciolgono l’ultimo bottone e lasciano scivolare la camicia a terra.

Si è solo spogliato, nulla di più. Eppure nel locale si alzano fischi volgari e urla indecenti, e Takahiro sente il bisogno di vomitare.

Ma Oikawa continua con la sua danza ipnotica. Si rilassa sullo sgabello, si mette in mostra. Con dita affusolate come artigli si allunga verso lo specchio e tocca l’altro sé stesso, quel sé stesso che schiude le labbra oscenamente, che si lascia sollevare il mento, che espone la gola in un sacrificio; e quando Oikawa stringe le dita, quasi a volergli—volersi—strappare il respiro, la scena è all’improvviso troppo, troppo, troppo vivida.

E distogliere lo sguardo diventa impossibile. Perché Oikawa è bravo a mentire, ma non quando è sul palco. Perché ora davanti a loro riposano esposti piccoli sprazzi dei suoi desideri, frammenti di una sincerità che nessuno lì dentro si merita di conoscere. Nessuno, se non…

Iwaizumi si passa una mano sul viso arrossato. «È dimagrito troppo» dice solo.

Perché mentre il resto del mondo guarda Oikawa come un giocattolo da conquistare, Iwaizumi lo vede—lo vede davvero.

*

Takahiro rosicchia il bordo del suo bicchiere di plastica, tenendo lo sguardo fisso sulla folla ammassata al centro della pista da ballo. Lo spettacolo d’intimità di poco prima è già scemato, sostituito da strusciamenti esibizionistici da cui Takahiro è disgustosamente affascinato.

«Ormai sei grande e vaccinato. Puoi gettarti là in mezzo anche tu.»

«Nah» dice Takahiro, nascondendo il viso dietro un lungo sorso. Dovrebbe esserci abituato, ormai. Iwaizumi è bravo a leggerlo, a capirlo, a pungolarlo dove fa più male. Ma l’imbarazzo non svanisce mai. «Oggi non ne ho voglia.»

Iwaizumi lo squadra da dietro il bancone del bar. Gli mancano ancora pochi minuti e finalmente potrà staccare dal suo turno. Gliel’ha promesso: è il suo regalo. In realtà la promessa era un’altra – una serata insieme, loro due soltanto, senza il pensiero del lavoro, senza inutili preoccupazioni –, ma è da qualche mese che l’amministrazione del club è carente e i clienti sempre più scatenati, e Iwaizumi è incapace di far finta di niente. E quindi eccolo lì, Takahiro, seduto al bar di un nightclub, troppo intento a sorbirsi ramanzine per gustarsi il drink improvvisato che stringe tra le mani.

«È la scusa che usi sempre.»

Takahiro fa una smorfia. La sua non è una scusa, grazie tante. Semmai un leggero temporeggiamento. Certo, che stia temporeggiando da anni è un’altra questione, ma che c’è di male? Ognuno ha i suoi tempi e le sopracciglia corrucciate di Iwaizumi non lo spingeranno a cambiare idea.

A scavarsi la fossa da solo, però, sì.

«No ma vedi, oggi posso fare quel che voglio.»

«Lo puoi fare tutti i giorni, Makki. Non devi più spiegazioni ai tuoi genitori.»

«Oh» dice Takahiro, e davvero non riesce a trattenersi dall’aggiungere: «Mi stai dando il permesso, papi?».

«Santo cielo

Il modo in cui Iwaizumi solleva gli occhi al soffitto è esasperato e anche un po’ offensivo, e onestamente Takahiro non se lo merita. «Guarda che sarei il figlio perfetto. Pensaci, ti basterebbe tenermi compagnia mentre guardo film horror e cucinarmi uno dei tuoi deliziosi pancake per colazione.»

«Tutte cose che faccio già.»

Takahiro sorride vittorioso. «Appunto!»

Dal canto suo, Iwaizumi non sembra comprendere la sua genialità e si ostina a scuotere la testa, in un che ho fatto di male nella vita? silenzioso ma palpabile. Così a Takahiro non resta che sospirare e buttare giù ciò che manca del suo drink. Ovvero nulla, perché l’ha già finito.

Non se n’è nemmeno accorto. Si è lasciato distrarre dalla pista da ballo, da tutti quei corpi così vicini eppure irraggiungibili, da tutte quelle mani che trovano i loro incastri su vite, fianchi, spalle e braccia, ma non sulle sue. Mai sulle sue. E chissà, forse Iwaizumi ha ragione. Forse Takahiro potrebbe semplicemente buttarsi in mezzo alla folla, trovare qualcuno e portarselo a casa. E poi? Salutarlo la mattina dopo senza nemmeno ricordarsi il suo nome? Dimenticarlo nel giro di una settimana e sentirsi ancora più vuoto, ancora più carente, ancora più assetato?

Non ne vale la pena.

«Da’ qua» dice Iwaizumi, e gli prende il bicchiere vuoto di mano. Gliene dà un altro, questa volta quasi straripante, come Takahiro ne ha bisogno. Deve averglielo letto in viso. Non sembrerebbe, ma Iwaizumi è bravo a prestare attenzione ai dettagli; a volte persino troppo bravo. «Sei ancora troppo sobrio.»

Takahiro si porta il bicchiere alla bocca e prende un sorso. «Non è peggio se bevo di più?»

«No, perché da sbronzo ti addormenti.»

«Wow.» E poi dicono che il romanticismo è morto. «Non vedi l’ora di portarmi a letto.»

«Hanamaki

«Dicevo solo…»

«Smettila di dire.»

Takahiro sogghigna, ma glielo concede.

Si volta di spalle, sistemandosi coi gomiti sul bancone. Il suo sguardo torna fisso sulla pista, sui cubi, sul palco. Non sa dove guardare. In ogni angolo ci sono coppie – e triplette! e un gruppetto che presto renderà la toilette inagibile causa orge, anche se non dev’essere proprio legale – che sembrano condividere qualcosa, qualcosa di così fisico e istintivo e naturale che Takahiro muore dalla voglia di scoprirlo su di sé. È stanco di essere uno spettatore esterno, di sperimentare l’affetto dai lati di una pista da ballo, di assaggiare il piacere da dietro lo schermo di un telefono. Vuole essere il protagonista, per una volta. Vuole... non sa di preciso cosa, ma lo vuole, lo vuole, lo vuole. Sente l’eco del bisogno tremargli nel ventre, avvinghiarsi alle sue interiora, stritolarle con insistenza fino a soffocarle.

«Bevuto troppo?»

Takahiro sobbalza, e con lui l’inutile bicchiere che ha tra le mani. Per fortuna è imbranato ai limiti del comico; almeno il drink lo rovescia su sé stesso, non sul bel pezzo di manzo che gli è appena comparso davanti. Sarebbe un peccato rovinare quella camicia color zafferano, così deliziosamente tesa su un accenno di pancia che Takahiro davvero non disprezza. Anzi. Quei fianchi sembrano così morbidi, quasi volessero essere afferrati, stritolati. Morsi. E il resto di quel corpo non è da meno. I bottoni aperti sul petto ampio mettono in mostra una spolverata di peli scuri, e più in alto la gola esposta è adombrata da una barba tagliata corta, così elegante da supplicare di essere baciata.

«Ehi» dice di nuovo l’uomo, e—oh, merda. Non ha ancora risposto, vero, Takahiro? È rimasto a fissarlo, come fa di solito quando le sue fantasie prendono il sopravvento e lo rimuovono dal presente. Almeno l’uomo sembra incolpare l’alcol e non Takahiro. «Tutto bene, ragazzo?»

Takahiro si schiarisce la gola. «Ce—uh, certo» dice, rabbrividendo al ridicolo balbettio nella sua voce. Non ce la può fare. Ha detto una parola ed è già un disastro, e ora non può che peggiorare perché Takahiro si conosce. Non c’è fine alla sua goffaggine. «Volevo giusto farmi una bella doccia.»

Cristo, ma non può stare zitto?

L’uomo ride, quasi sicuramente di Takahiro, e wow, che maleducato? Potrebbe almeno trattenersi per cercare di regalargli un briciolo di dignità. Anche se Takahiro è il primo a sputarla al pavimento, la propria dignità, quando nel tentativo di staccarsi la maglia appiccicosa dal petto si rovescia altro alcol addosso.

L’uomo allunga rapido la mano, gli libera le dita dal bicchiere, e all’improvviso Takahiro lo può sentire, il peso di quell’uomo su di sé che lo schiaccia contro un materasso morbido, oppure contro una parete decisamente più dura, o sulla sabbia rovente in riva al mare—tutti dettagli inutili, comunque, perché ciò che importa è che sono entrambi troppo occupati a perdersi l’uno negli occhi dell’altro per fare caso a dove si trovano, o chi sta loro attorno, o cosa indossano, o al fatto che, uhm—sono ancora al nightclub e non nella testa di Takahiro.

Il che è tragico. Perché non appena Takahiro torna in sé quella fantasia crolla così com’è iniziata: nel nulla più totale.

«Forse è il caso di smetterla coi drink, che dici?» chiede l’uomo. Il suo sorriso è carezzevole, la sua voce invitante, e il suo corpo vicino, così vicino, troppo vicino, e il suo sguardo—

Già, il suo sguardo. È diverso dai suoi sogni.

Takahiro trattiene il respiro. «No» dice. «Forse è il caso di smetterla con la vita.» E si gira verso il bancone del bar, coprendosi il viso con una mano.

Non vuole più saperne nulla, non dell’uomo che ha accanto né di Iwaizumi davanti a sé. Riesce già a vederla, la faccia di Iwaizumi: le sopracciglia corrucciate, la confusione nei suoi occhi che si trasforma in pietà, prima, e rassegnazione, poi. Perché questa non è la prima volta che Iwaizumi assiste a uno spettacolo del genere, ma ogni volta è sempre peggio.

«È stato un disastro.» Non c’è morso nelle parole di Iwaizumi, solo la cruda, piatta, tetra realtà dei fatti. Il che non è d’aiuto.

«Ti prego,» mormora Takahiro, senza avere il coraggio di sollevare lo sguardo «dimmi che se n’è andato.»

«Se n’è andato» conferma Iwaizumi. «E penso non tornerà mai più.»

Takahiro non lo biasima.

Si massaggia il ponte del naso con il pollice e l’indice e cerca di nascondere il bruciore che si annida agli angoli dei suoi occhi. Ha una gran voglia di piangere; dall’umiliazione, sì, ma non solo. Perché scivolare via dalle sue fantasie fa male. Gli ricorda che tutto ciò che sogna – un dolce, stupido lieto fine – lui non ce l’ha. E se non se lo sono meritato Oikawa e Iwaizumi, beh… come può pensare di meritarselo lui?

«Ho bisogno di una boccata d’aria» dice, alzandosi dallo sgabello.

Iwaizumi fa un cenno rigido col capo. «Ti raggiungo tra dieci minuti.»

Dopo un breve calcolo mentale, Takahiro annuisce. «Senza fretta» dice. Dopotutto, dieci minuti sono abbastanza per scavarsi una fossa e sparire sottoterra.

*

Takahiro passa dal guardaroba per ritirare il suo cappotto e la sua sciarpa, prima di attaccarsi alla parete e strisciare di nascosto verso l’uscita. Nessuno gli fa caso, com’è giusto che sia. La gente è lì per bere, per ballare, per divertirsi. Una macchia solitaria che scivola fuori dalla porta non può che passare inosservata.

Ma va bene così, Takahiro c’è abituato. Dalla sua ha ventisei anni di esperienza. Anzi. Una rapida occhiata al telefono lo avvisa che la mezzanotte è già passata, quindi ormai sono ventisette.

Ventisette anni di solitudine.

Non appena esce dal locale, una sferzata d’aria gelida gli schiaffeggia il viso e gli ricorda che anche il mondo è stanco della sua autocommiserazione. Come se gli servisse un promemoria. Fare la drama queen non gli dona; quello è il ruolo di Oikawa. Ma allora a lui cosa resta?

La fuga, sembrerebbe.

Stringendosi nel suo cappotto, Takahiro si infila le mani in tasca e supera a passo svelto la fila di clienti che non vedono l’ora di entrare nel club. Due, tre anni prima, Takahiro si sarebbe trovato tra di loro; ora non vede l’ora di tornare a casa, infilarsi sotto una coperta, aprire il suo account di Twitter e fingere di essere un’altra persona.

Anche detto: il modo migliore di passare il compleanno.

Lasciandosi la confusione alle spalle, Takahiro raggiunge un marciapiede sgangherato. Gli basta seguirlo per trovare il piccolo spiazzo d’erba che di giorno è un parco per bambini, ma che di notte, così silenzioso, così cupo, diventa il set perfetto per un film horror. E Takahiro ne ha visti fin troppi per riuscire a ignorare lo strano fruscio delle foglie, l’insistente scricchiolare dei dondoli, il lampeggiare incerto dei lampioni, lo stridio stizzito di ferro arrugginito…

Brividi alla nuca.

Merda, anche il vento ci si mette.

Takahiro fa per sistemarsi la sciarpa attorno al collo, ma all’ultimo ci ripensa. Non è mica scemo. Non darà a qualche assassino seriale un’arma letale per strozzarlo di nascosto, grazie tante. Per scacciare via il freddo si accontenterà di sollevare il colletto del cappotto e infilarsi le mani in tasca e, che cazzo—

«Lasciami!»

Ma è solo la sua sciarpa. La sua sciarpa che gli è caduta di mano e gli si è avviluppata alle gambe, facendolo inciampare indignitosamente. L’unica fortuna è che lì in giro non c’è nessuno ad assistere a quello spettacolo ridicolo.

A parte il tuo assassino?

All’improvviso l’idea di strozzarsi con la propria sciarpa non è tanto male. Almeno il suo cervello la smetterà di parlare, per una santa volta.

«Non me lo merito. Davvero,» borbotta tra sé e sé «non me lo merito.» E a passo rapido, cioè correndo, raggiunge uno dei pochi lampioni non inquietanti e reclama per sé una delle altalene che vi siedono sotto.

L’idea di dare le spalle al buio più totale non aiuta il nervosismo che continua a crescergli sottopelle, ma il mondo non ha intenzione di dargli pace, né oggi né mai. E sì, si sta di nuovo autocommiserando. Il suo futuro assassino se ne farà una ragione. La sua dignità, invece… Beh. Non che ci sia rimasto molto da conservare.

Takahiro si pulisce i palmi sudati di freddo sulla sciarpa e prende un lungo respiro. E poi un altro. E un altro ancora. Al quarto, la sua mente si fa abbastanza lucida da permettergli di dondolarsi sull’altalena, indietro e avanti, avanti e indietro, indietro e avanti, avanti e indietro.

Si è quasi calmato quando il telefono gli vibra in tasca e Takahiro sobbalza e si sbilancia, crollando in ginocchio sull’erba umida. Intanto che c’è ne approfitta per pregare, anche se è evidente che non c’è divinità pronta ad ascoltarlo, altrimenti non si spiega perché tutto stia andando così maledettamente storto.

Takahiro si obbliga a prendere un altro respiro profondo. Poi va alla ricerca del suo telefono, lo sblocca e dice: «Il numero da lei chiamato non è al momento raggiungibile».

«Makki!» chiama Oikawa dall’altra parte, e ugh. Perché è così piacevole sentire la sua voce, per una volta pimpante ed allegra? Non è giusto, non è giusto, non è giusto. «Sei terribile. Non rovinarmi il discorso.»

«Che discorso?»

«Dunque.» Oikawa si schiarisce la voce, e Takahiro se lo immagina mentre si sistema i capelli, non perché abbia ciuffi fuori posto ma per calmare i nervi. «Chiamavo per fare gli auguri al mio Makki preferito.»

Takahiro trattiene uno sbuffo. «È una fortuna che ce ne sia uno solo.»

«Ne servirebbero almeno due» dice Oikawa, una goccia di emozione vivida tra le sue parole. Potrebbe essere malinconia o solitudine, Takahiro non ne è certo. Non è più sicuro di conoscerlo come una volta. Adesso tutto sembra un’ipotesi, un azzardo, il principio di un possibile litigio. «Ma stasera mi accontento. Davvero—»

«No, no, no, non dirlo, non dirlo, non dirlo—»

«—buon compleanno, Makki.»

Fa male. L’affetto profondo che gli esplode nel petto, fa male. Gli ricorda i compleanni passati, pieni di risate spensierate e inutili bisticci, spezzati da un improvviso attimo di serietà quando Oikawa lo guardava negli occhi e con solennità gli diceva: «Buon compleanno, Makki», senza fronzoli per una volta, come se non ci fosse nulla di più importante al mondo che condividere quel momento, solo loro due—loro tre, insieme.

E fa male perché ora tutto ciò non ce l’hanno più.

Takahiro tira su col naso.

«Makki, non starai—»

«Solo un po’ di raffreddore» dice Takahiro, pulendosi rapidamente gli occhi col dorso della mano. «Fa freddo, stasera.»

«Sei fuori casa?»

«Sto aspettando Iwaizumi.»

«Ah.» La conversazione rallenta, come succede sempre quando salta fuori il nome di Iwaizumi. Ma questa volta Oikawa non cambia discorso. Invece si schiarisce la voce, di nuovo, e chiede: «State uscendo?».

«Rientrando, a dire il vero.» E, wow, non gliel’ha appena servita su un piatto d’argento? «È stata una serata impegnativa.»

«Avete fatto baldoria?»

«Non proprio. Sai, Iwaizumi doveva lavorare, stasera. Gli ho fatto compagnia mentre finiva il turno.»

«Ah, sì?»

«Sì. Ehi,» dice Takahiro all’improvviso «ti ho mai detto che lavoro fa Iwaizumi?»

«Non penso, no.»

No che non gliel’ha detto: Iwaizumi è un argomento tabù tra di loro. Di solito Takahiro è bravo a evitarlo, ma questa sera il dolore continua a gorgogliargli nel petto e lo spinge a continuare. «È dall’anno scorso che lavora in un club. Abbastanza in alto sulla scala, anche, infatti ormai è manager-barra-tuttofare.»

«Ma davvero» dice Oikawa, la voce piatta dalla diffidenza. Lo sa. Sa che Takahiro sta cercando di dirgli qualcosa, ma non sa cosa nello specifico e l’idea lo snerva. È rassicurante sapere che questa parte di lui non è cambiata.

Almeno Takahiro può usarla a suo vantaggio.

«E stasera è successa una cosa curiosa. Eravamo al club, no? Iwaizumi ha coperto il turno per un barista che non s’è presentato. In realtà oggi doveva avere la serata libera, ma sai com’è. Ormai succede ogni settimana. Qualcuno balza all’ultimo e Iwaizumi riceve una telefonata.» Takahiro storce il naso. «È tutto un po’ un disastro. Spesso si assentano anche i ballerini. E così devono chiamare dei sostituti.»

«No.»

«Sì. Quindi immagina la mia sorpresa, stasera, quando lo spettacolo principale è iniziato in ritardo—»

«No

«—e sul palco ci sei salito tu

La linea resta silenziosa così a lungo che Takahiro si domanda se non sia caduta. Ma no, Oikawa è ancora lì, in attesa. Di cosa, Takahiro non lo sa, ma avverte il suo respiro agitato attraverso l’altoparlante, il leggero tremolio nella sua voce quando, finalmente, Oikawa chiede: «Hai visto tutto?».

«Mh-mh.»

«Anche… Iwa-chan?»

«Già.»

«Cristo» geme Oikawa, e per un attimo Takahiro si pente di averglielo detto, del modo in cui gliel’ha detto. Del fatto che una piccola parte di lui voglia insistere ancora, descrivergli la situazione nel dettaglio, rigirare il coltello nella piaga fino a lasciare una ferita profonda dentro Oikawa. Se lo meriterebbe. Si meriterebbe molto di peggio.

Ma chi è Takahiro per deciderlo?

«Mi aspettavo qualcosa di più elaborato da te.»

«Scusami?» La voce di Oikawa schizza in alto per l’affronto. «Devo aver sentito male. No, sono sicuro di aver sentito male, Makki, perché non è assolutamente possibile che tu abbia appena detto che ti—»

«Tipo, qualcosa di più elegante?» Ci pensa su, fingendo di non percepire la rabbia di Oikawa ribollire a miglia di distanza. «Non so. Eri vestito così… ordinariamente.»

«Ordinario!» esclama Oikawa, ormai senza fiato. «Mi stai dicendo che sono banale? Io?!»

«No,» lo corregge Takahiro, sghignazzando «parlavo dei tuoi vestiti, non di te.»

Ma Oikawa non lo sta ascoltando. «Non ho parole. Non ho—Non ho parole» dice, eppure ne ha abbastanza per continuare. «Per tua informazione, Tekkun mi ha chiamato un’ora—un’ora!—prima dello spettacolo e quando sono arrivato non c’era niente di pronto. Niente, ti dico! Nemmeno un, che ne so, un abito di scena oppure un, un, un—»

Si ferma di colpo quando sente Takahiro ridere.

«Mi stai prendendo in giro» dice Oikawa, la voce imbronciata tanto quanto dev’esserlo il suo viso. «Sei un pessimo amico.»

«Non è colpa mia se ci caschi ogni volta.»

Oikawa borbotta un basso: «È decisamente colpa tua», ma ormai la tensione è scemata e tutto torna al suo posto, in quella calma che può solo essere descritta come familiarità.

È bastato un piccolo battibecco. Takahiro se ne stupisce sempre, ma non c’è nulla che sia capace di calmarlo come sentire Oikawa perdere le staffe. Forse è davvero un pessimo amico, Takahiro. Tormentare i nervi scoperti di Oikawa non dovrebbe essere così confortante, ma lo è: gli ricorda di conoscerlo ancora abbastanza da sapere fin dove spingersi, quanto insistere e quando fermarsi.

Anche se una parte di lui continua a chiedersi quanto ancora possa durare quella pace apparente.

Prima o poi succederà qualcosa, si dice. Succede sempre qualcosa. E alla fine tutti quei castelli costruiti con ansia e lacrime crollano nel vuoto insieme a Oikawa che sparisce per mesi senza nemmeno una parola d’addio.

Takahiro si passa una mano gelida sul viso e rilascia un soffice respiro. «Grazie di aver chiamato» dice lentamente.

«È il minimo.»

«Lo è davvero.»

Oikawa boccheggia in cerca di una risposta, per poi ammettere sconfitta con un piagnucolante: «Mak—ki!», l’accento così acuto sull’ultima sillaba da obbligare Takahiro a staccarsi il telefono dall’orecchio.

«Per una volta che ti do ragione…» dice, e poi ride perché nonostante tutto, nonostante il dolore, nonostante la distanza, parlare con Oikawa è piacevole, forse persino rassicurante.

E gli manca.

Terribilmente.

La sua risata si acquieta.

Ha così tanto da dirgli che non sa da dove iniziare. Potrebbe raccontargli dell’ultimo lavoro da cui è stato licenziato la settimana scorsa, quando il negozio ha chiuso i battenti per bancarotta, perché la sua vita pare essere un perpetuo susseguirsi di botte di culo, grazie tante; oppure del nuovo corso di kickboxing che ha iniziato un po’ per tenersi attivo, un po’ per staccare la testa da quell’ostinata sensazione di vuoto che gli si avvinghia addosso quando non ha le distrazioni del suo telefono a portata di mano. Potrebbe parlargli anche di ciò che è successo quella sera, quando l’uomo dalla camicia color zafferano gli si è avvicinato e Takahiro si è lasciato sfuggire un’altra occasione di poter finalmente trovare ciò che vuole, ma non ce la fa. Non quando non può vedere le reazioni di Oikawa, non quando non può sentire il suo calore al proprio fianco; non quando sa che da lì a poco dovranno chiudere la conversazione e tornare ognuno alle proprie vite.

Così non dice niente.

Ormai è bravo a inventare scuse.

«Penso che Iwaizumi stia per tornare.»

«Di già?» Oikawa sbuffa, petulante come un bambino. «Te l’ho detto che servono due Makki.»

«Potresti sempre farti vivo» dice Takahiro, tentando di restare neutro, di non lanciare accuse. «Così non ci sarebbe bisogno di spezzettarmi.»

Oikawa fa una pausa. «Aspetta un attimo» dice. Dall’altoparlante giunge un leggero fruscio, seguito da un rumore scattante, come di uno sportello che si chiude. C’è persino una voce in sottofondo che Takahiro non riesce a riconoscere né decifrare. Immagina, comunque, che non gli debba interessare. Il suo tempo è ormai scaduto; quello ne è solo il promemoria.

Non si aspetta nemmeno più una risposta, ma per qualche motivo arriva lo stesso.

«Non lo so, Makki.» Oikawa sospira, e chissà se sta indossando i suoi occhiali da vista, chissà se se li sta sistemando sul naso per tenere impegnate le mani e non rosicchiarsi le pellicine del pollice e dell’indice. «Dopo lo spettacolo di stasera mi sento…»

«Esposto?»

«Sì» dice Oikawa, e poi si corregge: «Non lo so», e stride in una risata trattenuta che fa solo male al petto. «Con tutti gli spettacoli a cui potevate assistere, perché proprio questo?» L’eco del suo perfezionismo gli tinge la voce di imbarazzo. «Sul serio. Sembra lo facciate apposta.»

«—me è piaciuto.»

Takahiro sbatte le palpebre confuso. Non è nemmeno sicuro di aver sentito bene, finché Oikawa non si allontana dal microfono per dire: «Shhh. La tua opinione non conta, Mattsun».

Per un attimo, quel nome richiama la vibrazione di una notifica e tanti, troppi gemiti di piacere, ma Takahiro si sbriga a scacciare il pensiero. Mattsun è un soprannome comunissimo, si dice. E al momento c’è un problema ben più grosso.

Perché Oikawa è con qualcun altro.

«Sto disturbando?» chiede Takahiro.

«No! No» ripete Oikawa, questa volta con meno enfasi. «Ci siamo solo fermati a prendere delle sigarette perché qualcuno non ha ancora imparato a vivere senza.»

All’orecchio di Takahiro arriva una bassa risata, resa soffice dalla lontananza dal microfono e dall’interferenza dell’altoparlante. Sembra rilassata, quasi spensierata; ma forse quella è solo l’immaginazione di Takahiro. Un’immaginazione che l’ha già fallito più volte stasera, e che Takahiro deve imparare a zittire se non vuole finire in un ospedale psichiatrico. C’è già fin troppo vicino. Ignorare l’ondeggiare dei tentacoli d’ombra che gli sfiorano le scarpe sarebbe molto più facile se il suo cervello si ricordasse che quelli sono solo i rami di un maledetto albero essiccato smosso dal vento invernale.

«Makki?»

Takahiro ritira i piedi più vicino a sé e si schiarisce la voce. «Non avevo capito che eri con qualcuno.» Vorrebbe dire: non pensavo stessi con qualcuno, ma non ci riesce. Non vuole sapere la risposta a quella domanda. «Uhm. Scusa se ti ho trattenuto.»

«Non è come pensi» dice Oikawa, rapido. E non è forse la frase più cliché del mondo? No, non è come pensi, non è il mio nuovo ragazzo, non è il motivo per cui non posso passare il tuo compleanno con te, con voi. «È solo un amico.»

«Non mi devi nessuna spiegazione.»

Oikawa sbuffa. «Cosa sei, Makki, il mio ex marito?»

«No,» dice Takahiro «sono solo il migliore amico del tuo ex marito.»

È la cosa più sbagliata che potesse dire. Se ne accorge un attimo più tardi, quando Oikawa mormora un basso: «Okay—wow», a cui segue un suono stridulo e sgraziato. Sembra un singhiozzo soffocato. Lo sembra, ma non lo è. Non può esserlo, semplicemente non può. Perché Oikawa non piange. Oikawa stringe i denti, raddrizza la testa, ingoia il rospo; trova la forza sempre e comunque, non si lascia frenare da nessuno, nemmeno da sé stesso.

Allora cos’è quel suono?

Al solo sentirlo, Takahiro ha voglia di vomitare.

«Non intendevo…» inizia, ma non sa come continuare. È vero, non intendeva dirlo, ma l’ha fatto lo stesso. Ha mirato a dove fa più male, spingendo il pugnale fino in fondo, rovesciando su Oikawa tutto il dolore che riempie la sua assenza. E ora tutto gli torna indietro come un boomerang e lo fa sentire incerto, traballante. Solo.

«So cosa intendevi» dice Oikawa, la voce appena un po’ nasale. «Ma forse ti sei dimenticato che fino a prova contraria sei anche il mio migliore amico.»

«Lo… sono?»

«Per me non è cambiato niente.»

Basta così poco, una frase tanto breve, e le maschere scivolano via lontano.

All’improvviso sembra tutto così stupido. La distanza, la separazione, la mancanza… A cosa sono servite? A chi sono servite?

Sono sempre punto e a capo.

«E comunque non eravamo ancora sposati» aggiunge Oikawa.

Non ancora. «Pareva essere nei piani.»

«Già.» Una sola parola, pesante come un macigno. «Ce n’erano tanti, di piani.» E ora non ce ne sono più.

Takahiro si dondola sull’altalena, deglutendo tutto ciò che vorrebbe urlare, tutto ciò che farebbe male a Oikawa, tutto ciò che farebbe male anche a sé stesso.

Invece dice: «Ti manca?».

Oikawa emette un suono nudo, crudo e pulsante, una risata che gli lacera i polmoni portandosi dietro arterie, carne e sangue. «E se anche fosse?» dice, e la sua voce non è più sua ma di qualcun altro, qualcos’altro, come un animale stordito che d’un tratto non sa più dov’è. «Cosa cambierebbe?»

Tutto, eppure niente.

«Vuoi vederlo?»

«Makki…»

«Stasera?»

Il tentennamento di Oikawa è già una risposta. «Non so, non penso che—»

«Sì che vuole.»

«Mattsun!» esclama Oikawa, senza preoccuparsi di staccarsi dal telefono, frantumando il timpano di Takahiro. «Non sei d’aiuto! Davvero, nemmeno un po’!»

E forse Takahiro non dovrebbe sorridere, ma non riesce a trattenersi. «A me sembra molto d’aiuto.»

«Allora perché non parlate voi due, eh?»

C’è un’interferenza, una mezza imprecazione, e poi dall’altoparlante esce una voce sconosciuta, grave, ghignante. «Ciao.»

Takahiro lancia uno sguardo al telefono come se potesse essergli d’aiuto. «Mattsun…?»

«Oh, che cosa c’è in un nome?»

La reazione di Oikawa è tanto istantanea quanto violenta. «Ora citi pure Romeo e Giulietta?» Un altro fruscio, la sua voce sempre più lontana. «Ma fai sul serio?»

C’è poi uno schianto, forse uno sportello che si chiude, e infine scende il silenzio.

Takahiro e lo sconosciuto, Mattsun, restano in linea senza dirsi niente. Sarebbe imbarazzante se non fosse che Mattsun sta ancora ridacchiando in una di quelle risate da cartone animato, scherzosa e malvagia e sregolata. È un suono tanto ridicolo quanto contagioso, e se Takahiro si trova a ridere a sua volta, beh… non lo si può biasimare, no?

«Oikawa è…»

«Andato a comprarsi delle caramelle, credo» dice Mattsun, la voce ancora tinta da una ghigno giocoso. «Dagli dieci minuti e sarà di ritorno.»

Il modo in cui lo dice è così spontaneo, naturale, come se fosse abituato agli sbalzi repentini di Oikawa. Come se sapesse cosa si nasconde oltre alle sue apparenze.

«Sembri conoscerlo bene» dice Takahiro.

«Certo» risponde Mattsun. «Siamo ‘solo amici’ molto intimi.»

Cinque minuti prima quell’affermazione avrebbe fatto centro, ma ora non più. Perché ora Takahiro ha una speranza. E forse si inganna, forse la sua fantasia ha ripreso a viaggiare, forse sta solo proiettando ciò che vuole in una sciocca conversazione telefonica. Ma Oikawa ha fatto una scelta.

Per me non è cambiato niente, ha detto. Poteva dirgli: sei ancora il mio migliore amico, tra noi due è tutto come prima. Invece ha scelto un semplice: non è cambiato niente. In generale. Senza nessuna specificazione. Ed è una distinzione minuscola, quasi impercettibile, ma c’è, è lì, esiste, e Takahiro ha bisogno di qualcosa a cui aggrapparsi, ha bisogno di credere che sia tutto come prima.

Così ci crede.

Scherzare diventa appena più facile.

«Un po’ t’invidio» dice al telefono. «Che rimanga tra noi, ma Oikawa non è poi tanto male. E poi ha un bel culo.»

Mattsun emette un basso fischio. «Che confessione! Personalmente preferisco le sue cosce, ma sai com’è…» Ghigna di nuovo. «Del maiale non si butta via niente.»

«Se ti sentisse…»

«Tu non glielo dire e lui non lo saprà mai.»

Takahiro sta ancora ridendo quando dall’altro lato del parco intravede una figura scura e imponente, e questa volta no, non è il suo assassino, ma Iwaizumi. Cammina a passo rapido, la testa sepolta tra le spalle sollevate, una mano in tasca e l’altra stretta attorno a una bottiglia di liquore—di vodka.

Qualcosa dev’essere andato storto perché Iwaizumi non beve mai la vodka.

Takahiro ha solo pochi secondi. Deve prendere una decisione e deve prenderla subito.

Così torna a rivolgersi al telefono.

«Aiutami a convincerlo» dice.

*

Takahiro invia il messaggio mentre Iwaizumi si lascia crollare sull’altalena al suo fianco, facendo cigolare l’intero impianto sotto al suo peso. È inusuale, quella sgraziataggine. Iwaizumi ha sempre completo controllo del suo corpo, come se fosse intimamente a contatto con ogni fascio di muscoli, con ogni terminazione nervosa. È ciò che gli permette di essere così agile nonostante le sue dimensioni; delicato, persino, all’occorrenza.

Ma non questa sera. No, questa sera del suo maniacale controllo non resta che un’ombra sbiadita, soppiantata dalla stanchezza che gli pesa addosso come un macigno.

Takahiro lo vede nella tensione della sua mascella, nelle labbra arrossate che brillano di umidità sotto la luce tetra del lampione, nel modo in cui si porta la bottiglia alla bocca e non si cura della vodka che straborda e gli scivola giù per il mento. Iwaizumi se lo pulisce con il dorso della mano, poi torna a bere un’altra sorsata come se nulla fosse successo.

Eppure stava bene fino a poco fa.

Forse sarebbe meglio far finta di niente. Lasciare che Iwaizumi si sfoghi sul suo alcol, che ritorni abbastanza in forze da scacciare l’espressione vacua dal suo viso e sostituirla con la sua solita determinazione. Concedergli una sera di pace, in solitudine, per leccarsi le ferite.

Sì, forse sarebbe meglio. È solo che Takahiro non è mai stato bravo a seguire il suo buonsenso.

Prega solo di non peggiorare la situazione.

«Che è successo stavolta?» chiede, intascandosi il telefono.

Iwaizumi gli lancia un’occhiata, poi scolla il capo come a voler dimenticare un brutto sogno. «Meglio se non lo sai.»

«Non può essere così grave.»

Le dita di Iwaizumi si stritolano attorno alla bottiglia, in una presa così solida da fargli tremare i polsi e gli avambracci. Sembra voler ricordare a Takahiro di non tentare la sorte, di starsene al suo posto. Ma è solo una reazione istintiva, già svanita nell’istante successivo.

Passandosi una mano al viso, Iwaizumi emette un basso sospiro. Poi si lascia crollare la mano in grembo e fissa il buio davanti a sé, come alla ricerca di qualcosa, di qualcuno. Forse anche lui sta aspettando la condanna del loro assassino. Dal modo in cui continua a tracannare la vodka, probabilmente una botta in testa non gli sarebbe tanto sgradita.

Il che non è un buon segno.

Takahiro sa che non è un buon segno, perché un attimo dopo Iwaizumi sputa a terra, e con cruda schiettezza rutta un secco: «È una fottuta porcilaia», facendo sobbalzare Takahiro e terrorizzando a morte l’assassino. «Non c’è una singola cosa che sia al suo posto in quel maldetto locale. Manco il capo.» La sua voce si tinge di scherno. «E già chiamarlo ‘capo’ è un’esagerazione.»

C’è così tanta rabbia in così poche parole che Takahiro si sente soffocare. Perché lo conosce, il suo pollo. Iwaizumi non è mai davvero arrabbiato. Irritato, magari, e spesso esaurito, ma arrabbiato? Tanto da mettere in discussione il lavoro altrui? Tanto da insultare ciò a cui tiene di più? Non è da lui.

Takahiro si morde l’interno delle guance. «Che fine ha fatto Irihata Jr.?»

«Quell’incompetente» dice Iwaizumi a denti stretti. «Non si fa vedere da settimane. So che è ancora vivo solo perché visualizza i messaggi. Una risposta però me la posso solo sognare. Cristo,» prende un lungo sorso e storce le labbra dal disgusto «non gliene frega proprio un cazzo. Non capisco che avesse in mente Irihata-san quando gli ha lasciato in mano il locale.»

«Gliene hai parlato?»

Iwaizumi scocca il capo in un rigido no. «L’ultima operazione ha avuto complicazioni. Andare all’ospedale per appesantirlo con ‘sti discorsi non mi sembra il caso.» Tenta di bere un altro sorso, ma non prende bene la mira e parte del liquore gli si rovescia sul naso, nel naso, facendolo tossire e sputacchiare come un ubriaco.

E forse lo è, ubriaco. Takahiro ci spera. Perché quello non è l’Iwaizumi che conosce, sicuro di sé e dei suoi progetti. Quell’Iwaizumi è solo… un clone. Un clone sfinito, rassegnato.

È terrificante da guardare.

«Non puoi andare avanti così, Iwaizumi.»

«Credimi, non andrà avanti per molto» risponde lui, la voce roca e scura. «Siamo a tanto così dalla chiusura. I fornitori minacciano di interrompere le forniture perché i pagamenti non arrivano in orario, lo staff salta i turni perché non c’è nessuno a controllarli, e i clienti…» Si blocca, chiude gli occhi. Poi il suo viso si deforma dal ribrezzo. «Ho bisogno di bere.»

Takahiro gli poggia una mano sul polso. «Hai già bevuto troppo.»

«Ho beccato cinque tizi a scopare su un pavimento lurido di piscio, sperma e vomito» sbotta Iwaizumi, liberandosi dalla sua presa. «Lasciami bere.»

Cristo. «In bagno?»

«Già.»

Takahiro si appunta mentalmente di non metterci mai più piede. «Bello schifo.»

Riattaccandosi alla bottiglia, Iwaizumi emette un verso d’assenso che somiglia a un conato. E come biasimarlo. Solo l’accenno di quell’immagine gli fa venire il voltastomaco, e Takahiro non l’ha nemmeno vista coi suoi occhi.

«Dammi un sorso» dice, allungandosi verso Iwaizumi.

Lui pulisce l’imboccatura della bottiglia e gliela passa senza fare storie.

Takahiro l’afferra e se la gira tra le mani. Il vetro è ancora gelido e brinato, e sul collo ci sono i resti appiccicosi dell’etichetta di chiusura. Iwaizumi deve aver preso una bottiglia nuova prima di lasciare il locale; il che è preoccupante, perché ne mancano già quattro dita.

Con un’occhiata alla sua sinistra, Takahiro si sofferma a studiarlo. Iwaizumi è immobile sull’altalena troppo piccola per la sua stazza, i pugni chiusi raccolti in grembo, la testa china tra le spalle incurvate. Respira rumorosamente come una bestia ferita, accompagnando in perfetta armonia i fischi degli uccellacci notturni che gridano sopra di loro.

È una scena così deprimente che anche l’assassino nascosto ha pietà di loro e decide di lasciarli stare.

Takahiro prende una lunga sorsata di vodka e si riempie le guance. Poi conta uno, due, tre, e manda giù in un colpo solo, lasciandosi graffiare la gola dal bruciore del liquore. L’improvviso lampo di calore che gli riempie il petto è quasi narcotizzante e il cielo solo sa quanto vorrebbe perdercisi dentro, ma per questa sera ha finito. Non può bere ancora; non quando Iwaizumi è in quelle condizioni e il buio notturno nasconde altri nemici, immaginari o in carne e d’ossa che siano.

Con un sospiro, Takahiro chiude la bottiglia e se la incastra tra le cosce. «Sai,» dice, più a sé stesso che a Iwaizumi «odio a morte questo parco. E penso che lui odi me.»

«Scusa» dice Iwaizumi, ma non aggiunge altro. Per una volta non ha nessun commento tagliente, nessuna puntualizzazione, nessun sarcasmo. Si preme invece l’indice e il pollice contro le palpebre chiuse e allarga le dita per massaggiarsi con insistenza le tempie, in un gesto sfiancato eppure ormai all’ordine del giorno.

Takahiro si dondola di lato sull’altalena e gli dà una leggera spallata. «Di che ti scusi, scemo.»

«Non pensavo che la serata sarebbe finita così.»

«In un’orgia, dici?»

Con un brivido, Iwaizumi si stringe tra le spalle. «Ho bisogno di candeggina per ripulirmi gli occhi da quella porcheria.»

Takahiro non può che ridere, perché onestamente? «Non t’invidio.»

E davvero non lo invidia. A Takahiro piace perdersi nel suo brodo di autocommiserazione, ma alla fine non se la passa così male. Ha già un nuovo colloquio ad attenderlo, e non sarà certo per il lavoro dei suoi sogni, ma a Takahiro basta una paga decente e qualche pomeriggio libero per fare kickboxing o pilates o aikido, o qualsiasi sia la sua ultima scoperta. E magari non ha ancora trovato qualcosa che lo faccia impazzire, qualcosa che non lo lasci indifferente dopo un mese e mezzo, ma che fretta c’è? Ha tutto il tempo del mondo e nessuno ad aspettarlo. Se la può prendere comoda. E se a volte quella vita nomade gli sta scomoda, se l’idea di non riuscire a mettere radici diventa asfissiante, c’è sempre la sua seconda vita online a consolarlo, per fargli assaggiare ciò che desidera e che non ha.

Takahiro se la cava.

Almeno lui non ha perso tutto.

Non ha perso il calore del tornare a casa a tarda notte ed essere accolto dall’uomo che ama. Non ha perso la fiducia nei suoi sforzi, nella sicurezza che prima o poi ne verrà la pena. Non ha perso le sue fondamenta.

Iwaizumi, invece, sì.

«Non capisco cosa sia andato storto» dice Iwaizumi.

Potrebbe riferirsi a così tante cose che Takahiro non sa come rispondere. Così resta su terreni sicuri. «Dovresti davvero parlarne con Irihata-san. Magari trova un altro sostituto.»

«Il club è solo uno dei mille problemi» dice Iwaizumi. «Stasera l’ho visto sul palco e…» All’improvviso crollano le pretese, le muraglie, le protezioni. «Avevamo dei piani» mormora. «Finire l’università, trovare un appartamento più grande, inviare le carte del matrimonio. Era tutto calcolato.»

E poi è successo quel che è successo.

Cosa, nello specifico, Takahiro ancora non lo sa. Ha tentato di carpire qualcosa qui e là, tra una chiamata e l’altra, tra una notte insonne e l’altra, ma non ha mai avuto il coraggio di chiederlo, in parte perché non ha mai trovato il modo giusto di chiederlo. A sua discolpa, le rubriche di posta del cuore online si sono rivelate più che inutili, perché per qualche motivo non esiste un modo semplice di dire: ehi, com’è che da mesi non fate altro che spezzarvi il cuore a vicenda? Che poi quella sia solo una scusa per tenere in piedi i suoi castelli immaginari non deve interessare proprio a nessuno. Takahiro sa castigarsi anche da solo. Dopotutto, non può vivere di fantasie.

Anche se lo vorrebbe.

Dondolandosi sui talloni, si obbliga a dire: «Non mi hai mai spiegato come mai è finita».

Iwaizumi si passa una mano sul viso stanco. «Non l’ho mai capito. Un giorno semplicemente mi sono accorto che non facevamo che litigare.»

Takahiro sbuffa una risata. «Non fate che litigare da quando avete quattro anni.»

«Ma non così» dice Iwaizumi. «Ogni scusa era valida. Se cercavo di calmarlo si irritava ancora di più; se rispondevo a tono si ritirava, anche se aveva iniziato lui. Sembrava che lo facesse apposta.» Scuote il capo, come a voler scacciare la confusione. «Poi mi svegliava di notte, parlavamo un po’ ed era tutto come prima. Ma la mattina dopo ricominciava il disco. Ho sempre pensato che non sapesse nemmeno lui quale fosse il problema, ma ora non ne sono sicuro.» Si affossa tra le spalle, sfiancato da un sospiro. «Non sono più sicuro di niente.»

La sua voce si è fatta pesante per lo strascichio dell’alcol. Iwaizumi pare accorgersene, perché si schiarisce la gola e raddrizza la schiena. «Oggi ti ha chiamato?»

Takahiro vorrebbe mentire, ma non ce la fa.

Annuisce, controvoglia. «Poco fa. Mentre ti aspettavo.»

«Lo sospettavo» dice Iwaizumi, abbassando lo sguardo sulle proprie cosce. «Gli è sempre piaciuto il tuo compleanno. Anche più del suo.» Sulle sue labbra aleggia un sorriso amaro. «Passava settimane a prendere appunti su quale fosse la sorpresa migliore, ma si rifiutava di farmeli leggere perché se no poi glielo vai a dire

La sua imitazione è terribile, così tanto che Takahiro grugnisce in una risata. Iwaizumi gli lancia un’occhiata. Poi si sfila un fazzoletto di carta dalla tasca e glielo allunga.

«Pulisciti quel naso.»

Takahiro storce le labbra. «Con un fazzoletto sporco?»

«È solo stropicciato, cretino.»

«Se lo dici tu…» Ma lo afferra lo stesso, si asciuga gli occhi e si soffia il naso. Si sente anche stupido. È Iwaizumi quello che dovrebbe essere consolato; e invece quello scemo spreca le sue energie su Takahiro, un mero spettatore che non ha ancora imparato a farsi gli affari suoi.

Ma quelli sono i suoi migliori amici. E non si meritano tutto quel dolore, tutta quella solitudine, tutta quella distanza. Non si meritano di dimenticarsi lentamente l’uno dell’altro.

Sono fatti per stare insieme.

Devono tornare insieme.

Takahiro si infila il fazzoletto in tasca e si dondola sull’altalena. «Gli ho detto di stasera» dice distrattamente. «A Oikawa, intendo.»

«Avevo intuito» risponde Iwaizumi a mezza voce.

«Non sapeva che è il tuo club.»

«Non è il mio club.»

«È come se lo fosse—»

«Non è il mio club, cazzo.»

«Okay!» Takahiro solleva le mani in segno di pace. «Ho capito, non è il tuo club. Non lo dico più.»

La frustrazione di Iwaizumi si intensifica mentre si strofina le unghie tra i capelli e con insistenza tenta di strapparsi via uno strato di pelle e persino qualche ciocca. «Non voglio il mio nome su quella schifezza.»

«Stai facendo il massimo che puoi.»

«Non è abbastanza.»

Quando mai sarà abbastanza?

Takahiro vorrebbe, ma non riesce a dirlo. Perché lo sa: con Iwaizumi non c’è mai un abbastanza. Non quando ha bisogno di dimostrare qualcosa. Non quando la sua meta è Oikawa.

Iwaizumi si piega in avanti, gli avambracci sulle cosce, il capo chino. Il suo viso è oscurato, ma lo scherno è vivido nella sua voce quando dice: «Patetico, non è vero?».

«Non sei patetico» mormora Takahiro.

«Ma lo sono. Mi è bastato vederlo per cinque minuti, a distanza, e guarda come sono ridotto.» Si indica con la mano e poi ride—ride di sé stesso, una risata roca e derisoria e infintamente ingiusta.

Perché se Iwaizumi è patetico, Takahiro cosa dovrebbe dire?

«Non guardarmi così» dice Iwaizumi, senza voltarsi.

Takahiro corruccia le sopracciglia. «Così come?»

«Come se io avessi tutte le risposte. Come se potessi aggiustare ogni problema.» Con un sospiro, Iwaizumi scuote la testa. «Oikawa è sempre stato fuori dalla mia comprensione.»

«Nessuno lo conosce come lo conosci tu.»

«Hanamaki.» Questa volta Iwaizumi si volta, lo fissa, lo inchioda. «Nemmeno lui conosce sé stesso.» E poi si allunga per prendere la bottiglia dalle sue cosce. «Questa volta non c’è niente che io possa fare.»

«Nemmeno aspettare?»

«Per quanto tempo?» dice Iwaizumi, le labbra poggiate alla bocca della bottiglia. «Per cosa, poi? Se n’è andato senza dire una parola. E poi è tornato—ed è sempre la stessa storia.» Prende uno breve sorso, forse per frenarsi dal parlare ancora. L’alcol gli ha già dato una parlantina sciolta a cui Takahiro non è abituato e di cui farebbe volentieri a meno.

Perché Iwaizumi non trattiene i colpi.

«La devi smettere di vedere me e Oikawa come un sogno irraggiungibile.»

Takahiro schiude le labbra, ma non trova la forza di rispondere.

«Siamo due incapaci come il resto del mondo. Semplicemente non siamo riusciti a farla funzionare. E ci abbiamo provato. Cristo,» Iwaizumi chiude gli occhi e stringe i denti «ci abbiamo provato per quanto? Dieci, dodic’anni? E guarda dove siamo arrivati. Non siamo un esempio proprio per nessuno.»

«Non dovete essere un esempio.»

Iwaizumi si rigira la bottiglia tra le mani e gratta con le unghie l’etichetta appiccicata sul davanti. «A volte mi sembra di sì» dice con un sospiro. È un sospiro di sollievo, come se finalmente avesse trovato la forza di dirlo ad alta voce, di ammetterlo a sé stesso. «Come faccio a tenerlo con me se non è tutto perfetto?»

Ed è quello il problema, non è vero? Iwaizumi pensa sempre in grande. Ha piani per tutto. È sempre proiettato al futuro. Non ha mai imparato a prendersi una pausa, a concedersi di sbagliare, a lasciarsi aiutare. Non ha mai imparato a essere imperfetto.

Nemmeno davanti a Oikawa.

Men che mai davanti a Oikawa.

Takahiro scuote la testa con un sospiro. Vorrebbe cavarsi gli occhi e scambiarli con quelli di Iwaizumi per fargli vedere ciò che non riesce a vedere, ciò che non vuole vedere. Ma quello non è il suo posto. Non sta a lui guarire le ferite di Iwaizumi, non sta a lui indicare le cicatrici che Iwaizumi non si rende nemmeno conto di avere.

Perché Takahiro non è altro che uno spettatore.

È un ruolo che odia a morte.

«Non rubarti tutta la bottiglia» dice, strappando la vodka dalle mani di Iwaizumi e portandosela alla bocca.

Iwaizumi gli lancia un’occhiata e fraintende, qualcosa ormai all’ordine del giorno.

«Stasera non era così grave» dice, scrollando le spalle all’occhiataccia di Takahiro. «Il tizio sembrava interessato.»

«Stava ridendo di me!»

«Rideva della situazione» puntualizza Iwaizumi. «Perché era ridicola. L’avrei fatto anch’io.»

Takahiro stringe la mascella perché, wow. Non ha mai sentito così tanto la mancanza di Oikawa. Almeno lui lo difenderebbe. E poi si lagnerebbe insieme a lui, cambiando argomento e dimenticandosi rapidamente dei fallimenti romantici di Takahiro. Un approccio molto diverso rispetto a quello di Iwaizumi che lo pugnala con la verità per obbligarlo ad ammettere che se le sue relazioni non funzionano, se le sue relazioni non iniziano nemmeno, forse la colpa è tutta sua.

A Takahiro non piace ammetterlo, grazie tante.

«Ad ogni modo non era il mio tipo.»

Iwaizumi lo fissa di sbieco, con le sopracciglia appena corrucciate e le labbra tese in una linea severa. «Gli stavi sbavando addosso.»

«Per prima cosa, stasera mi stai davvero antipatico» dice Takahiro. «E per seconda cosa—non è vero! Io non sbavo

«Lo fai più o meno sempre.» Iwaizumi si ferma e si corregge: «Anzi, togli quel ‘più o meno’».

«Non sono così disperato!»

Iwaizumi si stringe nelle spalle. «Un po’ sì.»

Okay! Forse Takahiro ha fantasie, fantasie che a volte prendono il sopravvento e lo proiettano in un mondo ideale come quello dei profili che segue su Twitter, dove tutti sono così belli da essere surreali. Ma Takahiro non è stupido. Anche quando riceve la notifica di un nuovo tweet, anche quando il suo attore preferito posta un nuovo video filmato troppo da vicino, da un punto di vista così intimo da sembrare reale—Takahiro lo sa. Quella è tutta finzione. Quella non è la sua vita. E, nonostante ciò, Takahiro preme play e riguarda il video una, due, tredici volte, finché la sensazione di solitudine non supera quel poco appagamento che può dargli lo schermo del telefono.

E forse—forse!—questo lo rende un disperato.

Ma che c’è di male?

«Un giorno non saranno solo fantasie» dice Iwaizumi.

«Ma ora lo sono.»

«Perché non ti dai tempo.»

«Oh, è così che funziona?» dice Hanamaki, lanciandogli un’occhiataccia. «Io devo darmi tempo, mentre per te non ne vale la pena di aspettare?»

«Sì, zuccone, è così che funziona» dice Iwaizumi, sollevando gli occhi al cielo. «Tu hai le tue esigenze e io ho le mie. E lo sai.»

Takahiro sbuffa perché, onestamente? Per stasera ha già superato il limite. Non gli interessa sapere più niente, se non: «Quanto cazzo ci sta mettendo?».

Iwaizumi lo guarda confuso. «Hai chiamato un taxi?»

No. «Sì.» Takahiro si spalma una mano in faccia. «Cioè, più o meno.»

«Hanamaki.»

Oh, quanto non gli piace quel tono. «Vedi, ho solo pensato—»

«Mattsun,» dice una voce conosciuta, sempre più vicina «ma dove mi hai portato? Non si vede un fico secco. E fa anche un freddo cane. Non mi convince troppo quest’uscita, non capisco come ti sia venuta in mente. E poi—ehi, perché non mi rispondi? Cosa mi stai—»

Oikawa si ferma con una mano vicino al mento, due caramelle gommose tra le dita, e gli occhi spalancati dalla sorpresa. Impiega qualche attimo a mettere a fuoco le altalene semi-illuminate su cui siedono Takahiro e Iwaizumi, e solo allora si infila le caramelle in bocca, si pulisce rapido le guance, e si sistema gli occhiali sul ponte sul ponte del naso.

«Che ci fate qui?» chiede poi con finta nonchalance.

«Sì, Hanamaki» dice Iwaizumi a denti stretti. «Cosa ci facciamo qui?»

Takahiro ingoia la secchezza che sente in gola. «Come stavo dicendo,» si struscia le mani sudate e gelide sulle cosce «ho solo pensato che questa fosse un’occasione sprecata, e tra l’altro è il mio compleanno e quindi ho tutto il diritto di volervi entrambi con me.» Non ha il coraggio di guardare Iwaizumi, così punta gli occhi su Oikawa. Da lontano, mezzo oscurato dalla notte, sembra un mero miraggio. Takahiro si deve strofinare gli occhi un paio di volte prima che la realizzazione lo colpisca e lo lasci senza fiato. Perché Cristo, è più di un anno che non lo vede, e ora Oikawa è lì, è lì davvero, davanti a lui, non più un’immagine pixellata di una videochiamata programmata con due settimane d’anticipo, ma in carne e d’ossa, e merda, perché Iwaizumi non si muove, non lo raggiunge, non lo stringe?

Perché all’improvviso sembra tutto un tremendo errore?

Oikawa si pulisce di nuovo le guance, spostando il peso da un piede all’altro. «Non capisco. Come fate a essere…» Si gira di scatto alle sue spalle. «Mattsun!»

La figura di quello che dev’essere Mattsun si fa avanti nell’oscurità, ancora qualche passo dietro a Oikawa. È difficile decifrare i suoi tratti, ma le mani sollevate in aria sono il chiaro simbolo della sua colpevolezza. «Beccato» dice in una mezza risata.

«Vi siete messi d’accordo!»

«A mia discolpa,» dice Mattsun «io ho solo eseguito l’ordine.» Fa qualche passo avanti, uscendo dall’ombra, e si avvicina a Takahiro per porgergli la mano. «Piacere, comunque» dice.

E l’unica cosa che Takahiro riesce a rispondere è: «Mattsun?».

Poi si tappa rapido la bocca.

Merda! Merda, merda, merda. Com’è possibile? Com’è possibile che non abbia riconosciuto quella voce, a telefono? Eppure la conosce così bene: ci passa le notti insieme, lasciandosi cullare dai suoi bassi gemiti registrati, suoni così intimamente deliziosi da fargli accaldare le orecchie, da farlo gemere a sua volta.

Da fargli credere, ora, di trovarsi in un sogno.

No, correzione. Un incubo. Perché il sorriso di Mattsun si fa sempre più grande, sempre più divertito, sempre più deliberato, e porca puttana—

Takahiro si è scavato la fossa da solo.

Oikawa si avvicina, accompagnato dallo scricchiolare del sacchetto di caramelle che stringe tra le mani, e con sguardo inquisitorio passa da Takahiro a Mattsun e viceversa. «Vi conoscete già?»

«Solo di vista» borbotta Takahiro, e odia, odia, odia come Mattsun si mette a sghignazzare. Non si zittisce nemmeno con un’occhiataccia. Anzi, continua ancor di più, lasciando intendere che tra di loro ci sia qualcosa.

E qualcosa c’è.

Ad esempio, l’ossessione di Takahiro per i video pornografici che Mattsun posta su internet.

Merda.

Ormai è impossibile ignorare lo sguardo tagliente di Iwaizumi. «E lui sarebbe?» chiede, indicando Mattsun con un cenno secco del mento.

«Uhm» tenta Takahiro, ma le parole gli muoiono in gola. E onestamente? È ingiusto che stia a lui fare le presentazioni. Non è lui che se ne va in giro con Mattsun appresso. «Chiedilo a Oikawa.»

Tutti si voltano verso Oikawa, ancora confuso e incuriosito dallo scambio. Quando capisce che nessuno gli darà spiegazioni, sbuffa e si obbliga a parlare.

«Mattsun, a quanto pare Makki lo conosci già, ma quell’altro» indica Iwaizumi con un gesto pigro del polso «è Iwa-chan.» Poi si volta nella vaga direzione di Iwaizumi e aggiunge: «Iwa-chan, questo è Mattsun».

Il che non chiarisce proprio un bel niente. L’espressione di Iwaizumi si fa ancor più rigida, di quella durezza imperscrutabile che tira fuori quando si trova a tanto così dal perdere la testa. Non è un buon segno, e Oikawa lo saprebbe se solo si convincesse a voltarsi verso Iwaizumi e a guardarlo davvero.

Invece è Mattsun a farsi avanti, porgendo la mano verso Iwaizumi. «Piacere di conoscerti, Iwa-chan» dice, con una facilità tanto ammirevole quanto terrificante. «Oikawa mi ha parlato molto di te.»

Iwaizumi stritola la catena dell’altalena così forte da farla scricchiolare. Non si sforza nemmeno di allungare la mano, ricambiare la stretta, fingersi educato. Il suo sguardo resta fisso su Oikawa, sul modo in cui continua a pulirsi le guance come se fosse sporco, ungendosi gli occhiali con le dita appiccicose.

Alla fine Mattsun lascia cadere la mano e solleva un sopracciglio folto. «Ho detto qualcosa di male?»

«No,» borbotta Oikawa mezzo imbronciato «sono i miei amici a essere maleducati.»

«Amici?» La rabbia di Iwaizumi scatta come la scintilla di un accendino. «Non sappiamo niente di te da un anno. E ora salti fuori chiamandoci amici?» Nella sua voce c’è un accenno di disgusto che gli fa arricciare le labbra. «Cristo. Nemmeno un messaggio, Oikawa. Nemmeno un messaggio!»

Oikawa lo fissa per un lungo istante. Poi si stringe nelle spalle. «Non c’era niente da dire.»

«E ora sì?» chiede Iwaizumi. È una domanda retorica, un fiume di accuse covate per troppo tempo, ormai intrattenibili. «Cos’è successo di così importante da farti venire di persona, mh? Vuoi presentarci il tuo nuovo ragazzo?»

Con un sospiro esasperato, Oikawa inclina il capo. «Ma lo fate apposta a dire le stesse cose?» mormora piano, ma il vento silenzioso si trascina dietro le sue parole, amplificandole. «Sono appena arrivato, Iwa-chan. Non c’è bisogno di cominciare già a litigare.»

«Se hai lamentele puoi anche andartene» dice Iwaizumi. «Ormai sei bravo a farlo.»

Sono solo cinque parole. Cinque parole che colpiscono Oikawa come uno schiaffo così forte da arrossargli le guance, fargli stringere i denti, lasciandolo senza possibilità di rispondere.

Iwaizumi ha vinto questo round. Eppure sul suo viso non c’è nemmeno una goccia di soddisfazione. Anche la rabbia è completamente assente. Ciò che resta è solo un gelido, crudo distacco che vibra intenso come un addio.

La sua rabbia posso sopportarla, gli ha detto Oikawa qualche giorno prima. Ma quello sguardo sfinito che cerca risposte no. Quello, Oikawa non riesce a reggerlo.

Scuotendo il capo, Iwaizumi si alza in piedi, traballante, e si appoggia con la mano contro il palo di metallo dell’altalena. L’ebbrezza che non si sente nella sua voce è vivida nei suoi movimenti, nei suoi passi pesanti, nella difficoltà a sollevare il capo. Ma quando Takahiro allunga una mano verso di lui, Iwaizumi lo allontana.

«Non ne ho bisogno.»

«Non sembrerebbe» risponde Oikawa.

Iwaizumi attraversa lo spazio che lo divide da Oikawa con larghe falcate instabili, quelle di un predatore in fin di vita davanti alla sua preda. «Tu stanne fuori.» Gli sbatte le mani contro il petto, allontanandolo.

Invece Oikawa non si muove. Si avvicina anzi di un passo, studiandolo con quello sguardo, quello che ti attraversa vestiti, pelle e carne alla ricerca del nervo perfetto da colpire.

«Da quanto non dormi?» chiede sottovoce.

«Pensi di poter pontificare sulla mia vita, ora che sei tornato in città?» ringhia Iwaizumi. «Pensi di avere ancora qualche presa su di me?»

«Non m’importa di aver presa su di te» mente Oikawa. Sì che gli importa, e quanto gli importa. Il sacchetto di caramelle che ha tra le mani è ormai spappolato, stretto in un pugno rigido e inflessibile. Quando se ne accorge, Oikawa tenta di spianarlo e se lo infila in tasca. «M’importa della tua salute.»

«Non mi pare t’importasse quando non rispondevi alle mie chiamate.»

«È una questione diversa.»

«È la stessa questione, cazzo!»

Iwaizumi si infila le mani tra i capelli già spettinati, grattando con le unghie contro il proprio scalpo, come a voler strappare via tutti i pensieri che gli rendono difficile parlare.

Gli basta un tocco di Oikawa per fermarsi.

«Iwa-chan…» dice.

«Non chiamarmi Iwa-chan.»

«Iwa-chan» ripete Oikawa, arrogante e presuntuoso e intimamente abituato a prendere da Iwaizumi tutto ciò che vuole, quando vuole, solo perché lo vuole.

«Non ne hai nessun diritto» dice Iwaizumi, ma nella sua voce non c’è morso. È troppo occupato a guardare le dita di Oikawa che gli afferrano il polso, si arrampicano sul suo avambraccio, gli sistemano il giubbotto aperto sul petto.

Quando raggiunge la sua gola esposta, Oikawa mormora un inutile: «Lo so».

«Allora smettila.»

Oikawa non ascolta. «Tu rispondimi» dice, muovendosi ancora più in alto. Con i polpastrelli gli sfiora tremante il mento, la curva della mascella, la pelle arrossata della guancia, e Iwaizumi chiude gli occhi, senza fiato. «Da quanto non dormi?»

«Ho detto…» Iwaizumi deglutisce, si schiarisce la voce. «Ho detto che non sono affari tuoi.»

Oikawa gli tira una ciocca di capelli, delicato. «Dimmelo lo stesso.»

Ed è bastato così poco. All’improvviso sono così vicini che i loro petti si sfiorano a ogni respiro. Potrebbero stringersi, baciarsi, infilarsi l’uno sotto gli abiti dell’altro per ritrovare quel calore che non sentono da tempo, eppure si accontentano di uno mero sguardo, di una semplice carezza.

È tutto così intenso da farli ansimare.

«Cristo, sei insopportabile» dice Iwaizumi, e solleva le mani per afferrargli il viso e pettinargli i capelli all’indietro, infilandosi con le dita tra le sue ciocche castane. «E sei sudato da far schifo.»

Oikawa arriccia il naso in una smorfia e si aggrappa ai suoi polsi per immobilizzarlo. «Non è colpa mia se il tuo locale non ha nemmeno una doccia disponibile!»

«Non è il mio locale.»

«Ma Makki ha detto—»

«Non è il mio locale

Oikawa sbatte le palpebre una, due, tre volte, prima di corrucciare le sopracciglia in un’espressione tanto confusa quanto irritata. «Okay» borbotta. «Sta’ calmino.»

«E non dirmi di stare calmo.»

«Guarda che sei impossibile! Continui a dirmi di non fare questo, non fare quest’altro. Mi puoi spiegare cosa posso fare?»

«Stare zitto.»

«Iwa-chan!»

Iwaizumi sospira, pulendogli il mascara colato sotto un occhio. «In effetti non ne sei mai stato capace.»

Takahiro non capisce più a cosa sta assistendo.

«Senti, ma…» dice Mattsun al suo fianco. Si è avvicinato a lui all’inizio della (finta?) lite ed è rimasto ad ascoltare poggiato con un fianco contro il tronco dell’altalena. Takahiro si è rifiutato di guardarlo perché non ce la fa, non ce la fa a reggere la situazione. «Fanno sempre così?»

«Non è cambiato proprio niente.» Takahiro sorride appena, poi sospira. «Non so se sia una cosa positiva.»

«Penso stia a loro deciderlo.»

«Non è facile, sai?» dice Takahiro. «Restare a guardare mi fa sentire inutile.»

«Alcune cose se le devono sistemare da soli.»

È vero. Takahiro si è già intromesso fin troppo. È solo che è difficile vederli così, mentre si cercano in ogni minuto della giornata e si rifiutano quando finalmente sono l’uno di fronte all’altro.

Sono ancora vicini, le mani di Iwaizumi sul viso di Oikawa, le dita di Oikawa strette ai polsi di Iwaizumi. Battibeccano come hanno sempre fatto, in quel continuo botta e risposta in cui è difficile inserirsi perché non c’è spazio per nessun altro. I loro gesti e le loro parole non combaciano. Ogni sguardo è un linguaggio in codice che solo loro sanno interpretare.

È come guardare un film. Gli attori continuano con il loro corso, incuranti di ciò che succede nella sala del cinema.

«Ancora non ci credo» dice Iwaizumi. «Sei tornato e non mi hai detto niente

«Volevo dirtelo. Solo…»

«Non l’hai fatto.»

«No» dice Oikawa. Non trova scuse, non trova giustificazioni. Semplicemente: «Non l’ho fatto».

«Nemmeno tua madre sa niente.»

Oikawa socchiude gli occhi mentre le dita di Iwaizumi scendono sul suo collo. «Non sono ancora passato da casa.»

«Dove stai dormendo?»

C’è un lungo attimo di silenzio che vibra come una campana d’allarme. Takahiro l’avverte nel fondo dello stomaco, l’improvvisa realizzazione che qualsiasi risposta sarà quella sbagliata.

Mattsun al suo fianco pare pensare lo stesso. «Brutta storia…» mormora, portandosi una mano dietro la nuca.

A Iwaizumi non serve altro. «Giusto» dice e ride, una risata così amara da far venire la pelle d’oca. «Dal tuo nuovo ragazzo.»

«Non è il mio ragazzo.»

«Almeno non mentirmi in faccia, cazzo.»

Iwaizumi fa un passo indietro, ma Oikawa lo segue, trattenendogli il polso per non farlo allontanare. «Non mi credi?»

«Spiegami perché dovrei» dice Iwaizumi. È un guanto di sfida; l’ultima spiaggia per un cavaliere che in mano ha solo il suo orgoglio.

Ma il re non si piega davanti a nulla.

«Pensi di essere innocente?»

«Basta così, Oikawa. Non ho voglia dei tuoi giochetti.» Con un breve strattone, Iwaizumi si libera della sua presa e si volta verso Takahiro. «Vieni o resti?»

Takahiro sposta lo sguardo dalla maschera inespressiva di Oikawa al viso furente di Iwaizumi. «Dove stai andando?»

«A prendere la macchina.»

«Smettila,» dice Takahiro «hai bevuto troppo per guidare.»

«Allora resta pure qui.»

«Lasciami almeno chiamare un taxi!»

«Non ce n’è bisogno» dice Mattsun al suo fianco. Si sfila le chiavi dalla tasca e le lascia ciondolare davanti a loro. «Vi offro un passaggio.»

«Anche no» sputa Iwaizumi.

Takahiro non lo biasima, anzi. Anche lui farebbe volentieri a meno di quel clima pesante, di vedere Iwaizumi a un passo dal tracollo, di spiegare a Mattsun perché l’ha riconosciuto. Però nessuno dei due è sobrio abbastanza da guidare e chissà quanto costerebbe un taxi a quell’ora della notte.

Sta per dirlo ad alta voce, ma Oikawa lo precede. «Sono solo dieci minuti, Iwa-chan.»

«Come fai a saperlo?»

Il viso di Oikawa si trasforma in puro orrore. «Ti… Ti sei trasferito?»

Takahiro vorrebbe ridere. Oikawa davvero non se l’aspettava. Pensava di tornare a casa dopo un anno di silenzi e assenze e ritrovare tutto come prima, tutti come prima. Non gli è passato per la testa che Iwaizumi potesse averlo dimenticato, che potesse aver trovato qualcun altro.

Che potesse aver cambiato casa.

No, Oikawa non l’ha mai nemmeno contemplato. Perché quella è la casa che hanno scelto insieme: un bilocale troppo piccolo per contenere il loro affetto e i loro litigi, ma quanto di più grande potessero permettersi con i loro stipendi da studenti universitari. Un bilocale che a Iwaizumi è sempre stato stretto finché Oikawa non è scomparso; finché l’agente immobiliare non si è presentato con un nuovo possibile affittuario, e Iwaizumi si è reso conto di non potersene liberare.

Ma questo Oikawa non lo sa.

E Iwaizumi non risponde.

Takahiro si alza dall’altalena con gambe traballanti. Il mix di alcol, stanchezza e frustrazione gli deve aver dato alla testa, perché per un momento non riesce a sorreggersi. È costretto ad allungare una mano, aggrapparsi al primo appiglio, e rendersi conto che quello non è un appiglio qualunque. È un braccio solido, robusto abbastanza da sostenere il suo peso, da regalargli l’equilibrio perso, da fargli desiderare di sentirlo attorno al proprio bacino…

No. Non ora. Non adesso.

Con un respiro tremante, Takahiro ingoia le sue fantasie. «Grazie» gracchia sgraziato. Allontana la mano dal braccio di Mattsun e se la passa sul viso per nascondere il rossore alle guance. Prega che il buio gli faccia un favore, almeno stavolta. Dopo averlo fatto penare per quel maledetto assassino, gli pare davvero il minimo.

Camminando con attenzione, Takahiro si avvicina a Iwaizumi e gli getta un braccio sulle spalle. Finge di appoggiarsi a lui per non inciampare dalla sbronza, ma è Iwaizumi che gli grava addosso, usandolo come sostegno. Il suo corpo è grosso, pesante e bollente, una fornace sul punto di esplodere. Ma Iwaizumi non vuole che si noti. Non davanti a uno sconosciuto; non davanti a Oikawa.

E va bene così. Takahiro può mantenere il segreto, almeno finché non tornano a casa.

«Dai,» gli dice sottovoce «sono solo dieci minuti.»

Cosa può andare storto?

*

All’apparenza, nulla.

Sono solo i dieci minuti più massacranti della loro vita. Dieci minuti di un teso silenzio, spezzato solo dal rombo di quella macchina fabbricata due secoli fa, dallo scricchiolare di un sacchetto di caramelle, da un’occhiata scoccata all’indietro tramite lo specchietto retrovisore.

Iwaizumi è sceso in un mutismo terrificante, con la testa appoggiata al finestrino gelido e opaco. Parrebbe essersi addormentato, se non fosse per il modo in cui continua a schiudere il pugno contro la propria coscia e riserrarlo nel momento successivo, sempre più forte, con sempre più rabbia. Le vene già esposte sul suo dorso si fanno ancora più evidenti. Sembrano sul punto di scoppiare.

Visto che Iwaizumi non parla, sta a Takahiro dare direzioni. «Gira a destra» dice all’incrocio con l’asilo nido. Poi aspetta d’intravedere la pasticceria che fa i profiteroles più deliziosi e costosi del vicinato.

Non chiede a Mattsun di fermarsi solo perché sa che il negozio è già chiuso. Proprio così! Non c’entra nulla la sensazione di avere un coltello puntato alla gola che potrebbe penetrargli la carne se solo facesse un respiro di troppo, se solo aprisse la bocca a sproposito. Assolutamente non c’entra.

«Vado dritto?» chiede Mattsun.

«Sì. Devi voltare alla terza traversa a sinistra, la vedi?»

Sono quasi arrivati quando Oikawa accartoccia il sacchetto di caramelle gommose e ne tira fuori un altro da sotto il sedile. Ne manda giù una dietro l’altra come quando passava le notti a studiare per gli esami extra infilati nel curriculum per pura sfida verso sé stesso. Testardo come un mulo, sempre e comunque.

«Potresti almeno condividere.»

«Me le sono comprate per me» dice Oikawa, ma allunga il sacchetto dietro di sé e lascia che Takahiro prenda un paio di caramelle, rigorosamente alla mela.

«Non sono manco buone.»

«Nessuno ti obbliga a mangiarle.»

Ma Takahiro se le è già messe in bocca.

«A me niente?» dice Mattsun, divertito.

Takahiro fatica a ridere quando le nocche di Iwaizumi scricchiolano al suo fianco.

Per fortuna sono arrivati.

«È l’edificio davanti al lampione.»

Appena la macchina si ferma, Iwaizumi spalanca lo sportello, afferra la bottiglia di vodka e si incammina a passo traballante verso l’appartamento. Takahiro gli corre dietro e lo afferra per il braccio.

«Fermati» gli dice.

«Hanamaki,» dice Iwaizumi a denti stretti, la voce scocciata e strascicata «ne ho abbastanza per stasera. Lasciami andare.»

«Fra un attimo.»

Sotto la luce dell’ingresso, Takahiro riesce a vedere il suo viso chiaramente. Gli occhi di Iwaizumi sono scuri, la pupilla così ingrossata da coprire l’iride castana. E sono stanchi. Non di stanchezza fisica, ma mentale. Come se tutto lo stress, l’ansia, la tristezza dell’ultimo anno l’avessero finalmente spinto alla rottura.

E l’alcol di certo non è stato d’aiuto.

«Assicurati di bere tanto.»

«Mmh.»

«Ce l’hai l’acqua, vero?»

«Boh, qualche bottiglia.»

«Le medicine?»

«Non sono malato

«Domani avrai mal di testa, credimi. Ti si legge in faccia.»

Iwaizumi socchiude le palpebre per nascondere gli occhi che si alzano al cielo. «Me la caverò.»

«Certo che te la caverai» dice Takahiro, puntandogli un dito contro il petto. «Perché ora vengo a controllare di persona.»

Iwaizumi dev’essere troppo stanco per replicare, perché alla fine si limita a dire: «Fa’ come ti pare». Poi sparisce oltre l’ingresso dell’appartamento, lasciando la porta socchiusa per Takahiro.

Takahiro sospira. La parte peggiore è fatta.

Sulla strada, la macchina è rimasta ad aspettare. Mattsun è ancora al volante, poggiato con gli avambracci al finestrino abbassato. Oikawa invece è sul marciapiede, le mani infilate nelle tasche del cappotto elegante, la testa infossata tra le spalle.

Takahiro lo studia per un attimo.

Poi non ce la fa più.

Gli si avvicina, afferra la mano che Oikawa gli sta offrendo e se lo tira addosso per stritolarlo in un abbraccio spaccaossa. Ed è assolutamente ridicolo, ridicolo come Oikawa si aggrappi alla sua schiena alla ricerca di contatto, e ancor più ridicolo il lampo di emozioni che Takahiro sente dentro di sé.

Tutto d’un tratto la rabbia, la frustrazione, la solitudine vengono messe da parte, e Takahiro si sente bene. Al suo posto. Pronto ad adempiere al suo ruolo.

La spalla su cui piangere.

«Non ha cambiato casa» dice Oikawa, strusciandosi con la guancia gelida e appiccicosa contro quella di Takahiro. Iwaizumi aveva ragione: Oikawa è sporco di sudore e trucco sbavato, un mix davvero disgustoso.

Takahiro lo stringe un po’ più forte. «Certo che no, scemo.»

«Non chiamarmi scemo!» dice Oikawa. «Non era così scontato.»

No che non lo era. Perché tra Oikawa e Iwaizumi non c’è mai niente di chiaro, anche se per qualche motivo sono convinti di potersi leggere nella mente. Ma cosa pensano di fare, quando non fanno che fraintendersi l’un l’altro? Quando sembrano fraintendersi di proposito?

Takahiro gli afferra il viso tra le mani e lo obbliga a guardarlo negli occhi. «Dovete parlare come si deve» scandisce lentamente. «Mi hai capito? Io non ne posso più. Lui non ne può più. Tu non ne puoi più. Fatela finita e parlate, santo cielo.»

Oikawa storce le labbra, ma annuisce.

È già qualcosa.

«Magari aspetto domani…»

No. Takahiro ha un piano e Oikawa non lo manderà in fumo per codardia.

«La porta d’ingresso è aperta» dice con finta indifferenza.

Oikawa sbatte le palpebre una, due volte. «Non so se è il caso, stasera.» Si porta il pollice alle labbra e morde le pellicine attorno all’unghia. «Hai visto com’è messo.»

«Sarà messo così anche domani, Oikawa. È la situazione a renderlo così.»

«Lo so» dice Oikawa, a bassa voce. «Lo so…»

Sa anche di non avere altra scelta. Ha già rimandato troppo a lungo.

Hanno già rimandato troppo a lungo.

Takahiro lo guarda mentre si pulisce di nuovo le guance, si sistema gli occhiali sul naso, e si incammina verso la porta dell'edificio, la schiena tesa, il passo calcolato.

Sta per superare la soglia quando si gira e dice: «Tu non vieni?».

«Nah» dice Takahiro, cercando di nascondere il lampo di sorpresa. «Non mi volete lì con voi, credimi.»

Oikawa lo guarda corrucciato. «Ti vogliamo sempre con noi» dice. E guarda com’è facile passare da io a noi come se significassero la stessa cosa.

Takahiro scuote il capo. «Non stasera, no.»

«Ma…»

«Un’altra parola e ti rubo le caramelle.»

Oikawa si stringe le caramelle al petto e si imbroncia, un’espressione che su chiunque altro risulterebbe infantile ma che su di lui richiama la smorfia di un re impertinente.

Un re che è bravo a dare ordini.

Voltandosi verso Mattsun, Oikawa lo indica con l’indice. «Vedi di portarmelo a casa.»

Mattsun china appena il capo. «Come desiderate, vostra altezza.» Poi ghigna, indispettendo Oikawa ancora di più.

«Ma lo vedi come fa?» dice Oikawa a Takahiro.

E Takahiro, ormai è chiaro, è fisicamente incapace di stare zitto. «Mica male, questa servitù.»

La mascella di Oikawa si spalanca dall’affronto.

«Lo sapevo che non dovevo farvi conoscere. Lo sapevo!» esclama, ma ha finito di temporeggiare. Il suo viso si appiana, tingendosi di una goccia di testardaggine.

Ora è pronto per farsi avanti.

Oikawa poggia una mano sulla porta, la spinge in avanti, e poi—

Si ferma di nuovo.

«Il codice di accesso?» chiede, titubante.

«Non l’ha cambiato.»

Perché Iwaizumi l’ha sempre aspettato.